Riflessione

Mi sto ritrovando a fare una riflessione un po’ amara in questi giorni, ed è questa: io sono un’Aspie “ben adattata”, diciamo, al punto di non aver avuto la diagnosi finché non è stata diagnosticata mia figlia maggiore. Di solito si considera essere adattati una cosa solo positiva.
Ora mi accorgo che è come se aver vissuto così tanti anni senza sapere di essere autistica e adattandomi meglio che potevo mi avesse fatto “dimenticare” cosa significhi essere autistica.
Mi ritrovo davanti a comportamenti di mia figlia ad avere sempre il dubbio che oltre un certo livello siano “finzione” o “capricci” o “pose” o “esagerazioni”. Cerco di ragionare, di capire, non so di cosa fidarmi… è come se dentro avessi l’istinto autistico ma sopra una crosta di pensiero nt, convinzioni incrostate, davvero, quelle classiche che “i bambini sono furbi” e “sono solo capricci” etc, che mi rendono difficile reagire con la serenità e lucidità necessarie… Per assurdo io le ho sempre odiate e combattute, queste idee, ma me le hanno ripetute a tal punto che alla fine non so più cosa pensare e mi metto in discussione da sola, permetto ai dubbi di insinuarsi.
Perché poi quando ci rifletto sopra mi accorgo che è vero, anche io non sopporto i vestiti, come lei. E’ vero, anche io se sono stanca e nervosa o ho fame perdo il controllo, come lei. E’ vero, anche io quando ho un meltdown sto malissimo, e non riesco a controllare quello che faccio. Come lei. E’ vero, dopo un meltdown posso essere stanca per giorni e giorni. E’ vero, anche io da ragazzina avevo interi mondi immaginari. E’ vero, se mi cambiano un programma la cosa non mi piace affatto. E’ vero, la folla mi mette a disagio e preferisco stare da sola. Io queste cose se mi fermo a riflettere le so da dentro, le ho vissute e le vivo anche se in modo meno forte.
E allora perché quando me lo ritrovo davanti in mia figlia non riesco a *crederle*, quando dice che non riesce a fare diversamente? Dovrei saperlo.
Mi sono risposta che è perché sono condizionata dall’adattamento di decenni al punto che ho dimenticato che “anche io”. Perché non le ho mai riconosciute come tratti autistici, nessuno mi ha mai spiegato cosa fossero, le ho vissute da sola, spesso senza parlarne veramente mai con nessuno, o appiccicandoci su etichette sbagliate. E quando me le ritrovo davanti scatta l’abitudine a non riconoscerle come legittime e “sincere”, ma anzi a cercare di reprimerle, per “sembrare normale”.
Io la trovo una cosa tristissima, “dimenticarsi” cosa sei.
(anche per questo, io ci tengo a spiegare a mia figlia cosa le succede, perché possa capire e gestire, e riconoscere negli altri…)

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