ABA come lava #2

Mi ero ripromessa di dedicare la mia domenica allo studio e al relax, non necessariamente in quest’ordine, e anche di non infognarmi più in discussioni sull’ABA, poi un’amica mi ha taggato proprio in una di queste e che fai, non tiri fuori l’ascia vichinga? E quindi.

La discussione è stata l’occasione per sintetizzare una volta di più alcuni concetti a proposito di ABA, comportamentismo e dintorni. E sono i seguenti:

  1. L’ABA non è che va bene per tutti e per tutto, dall’autismo all’unghia incarnita. Anche per l’autismo, non va bene per tutti gli autistici. Perché le prove di efficacia tanto sbandierate dimostrano che ABA è efficace per migliorare le performance cognitive, il linguaggio e l’adattamento delle persone autistiche.
    Ma se voi avete un autistico che non ha problemi di cognitivo, anzi magari ce l’ha sopra la norma, e non ha disturbi del linguaggio anzi ha un linguaggio superiore all’atteso per la sua età, e ha buone capacità di adattamento (e ce ne sono)… esattamente che ve ne fate di ABA? Infatti i miei figli ABA non l’hanno visto manco da lontano, per loro molto meglio un approccio cognitivo comportamentale e l’educazione cognitivo-affettiva.
  2. ABA nasce come osservazione del comportamento e sua modifica. E uno dei principi base di ABA duro e puro è che si osserva il comportamento, ma non si fanno ipotesi su quello che avviene all’interno della testa di chi lo “emette” (sic). Ma questo anche perché si riferisce soprattutto a situazioni in cui il soggetto dell’intervento non è in grado di comunicare perché si comporta così. O sono bambini piccoli, o sono persone con disabilità cognitiva, oppure sono animali (sì, i primi studi erano su animali e lo sappiamo benissimo). Allora è inutile chiedere perché quel soggetto fa qualcosa, non è in grado di dirtelo. Se hai un ragazzo disabile grave non verbale con comportamenti violenti in classe, per dire, non puoi chiedergli perché lo fa, o dirgli di non farlo, devi osservare le circostanze e agire su quelle. Nella sua accezione più evoluta poi, quando si tratta di soggetti invece capaci di intendere volere e comunicare come ad esempio gli adolescenti di oggi a scuola, la richiesta del comportamentismo di osservare i comportamenti senza fare ipotesi sulle loro motivazioni è più un invito a non sovrapporre le nostre interpretazioni e pregiudizi, una richiesta di sospendere il giudizio, per lavorare meglio. Perché si sa che se un ragazzino fa qualcosa di scorretto in classe la prima idea di molti insegnanti e genitori è “lo ha fatto apposta”. Mentre invece il motivo può essere benissimo altro. E, qui è il punto, glie lo potete chiedere. Quindi ok osservare cosa fa o non fa il ragazzo, e cosa è successo prima e cosa succede dopo, cosa scatena quel comportamento, per modificare la situazione e quindi il comportamento, ma poi se siete dei pedagoghi degni di ‘sto nome, a bocce ferme gli potete anzi gli dovete chiedere perché lo faceva, per capirlo meglio, e farcelo riflettere. E farne occasione di crescita per entrambi. Sennò che ci state a fare?
  3. Il motivo 2 secondo me spiega una buona parte dell’opposizione che l’ABA incontra a scuola, da parte dei docenti. Perché a un docente tu non puoi andare a dire che non deve assolutamente occuparsi di cosa c’è nella testa del suo allievo, il docente è esattamente di quello che si occupa nella vita, è il suo lavoro. Quindi, attenzione a proporre una versione del comportamentismo declinata in senso estremo e che è totalmente incompatibile con la pedagogia moderna.
  4. ABA non è manco l’unico approccio ad applicare i principi del comportamentismo, il Teacch utilizza gli stessi identici principi, ma inseriti in una diversa cornice di riferimento e “atteggiamento” nei confronti dell’autismo e della disabilità in generale, e lavora anche questo in una prospettiva evidence based. O l’Early Start Denver Model, per i bambini più piccoli, che lavora in ambiente naturalistico. Guardatevi intorno che non c’è solo ABA come comportamentismo efficace.
  5. Come ho già scritto altrove, l’ABA moderno in realtà ha preso spunti e contenuti da altri approcci assolutamente non comportamentali, come ad esempio (ma non solo) i principi evolutivi vygotskjiani di zona di sviluppo prossimale, punto di forza, ambiente naturalistico etc. per rimediare all’eccessiva rigidità e limitatezza dei risultati, tipo la difficoltà di generalizzazione di quanto appreso. Ma non lo dice, perché per un approccio che si gloria di essere il meglio figo del bigoncio superiore a tutti gli altri, capisco che ruga un po’ ammettere di aver avuto dei difetti oppure ‘nziamai! di aver dovuto imparare qualcosa da altri. Però è così, mettiamocela via. Quindi prima di proclamare che tutto è ABA o deriva da ABA, come fanno certi profeti nel ramo, proviamo a chiederci anche cosa dell’ABA deriva da altro (e vi dò due indizi: ICEN e Pivotal Response Training).

Brevemente (more later)

Il grido di battaglia, ma sarebbe meglio dire il disco rotto che suona e risuona sui gruppi dedicati al tema a seguito della sentenza del TAR sul nuovo PEI, “fuori dall’aula non è inclusione!!!1!!”, è la dimostrazione dell’incapacità di mettersi nei panni degli altri, soprattutto dei neurodiversi, e pensare che quello che voglio io lo debbano volere/accettare tutti. E’ anche un sintomo, per me che neurodiversa lo sono e guardo al mondo attorno a me a volte con curiosità a volte con perplessità, dell’importanza (eccessiva) che viene attribuita alla socializzazione, allo “stare insieme”, al limite di qualunque socializzazione purché sia. Be’, no. La socializzazione va bene quando va bene, tautologicamente. Ma non è un valore assoluto. Io di socializzare tanto (troppo) non solo non me ne faccio nulla, ma mi fa pure stare male. E per quanto venga visto male, sia io che i miei figli troveremo spesso e volentieri più interessanti i nostri interessi che la socializzazione. Non sempre, dipende pure con chi si parla di socializzare, ma spesso sì. Se vi sembra triste (mi vien detto così a volte) è un problema vostro, che non capite, e che non voglio che diventi il mio. Quindi non confondete inclusione con compresenza, quando si tratta di noi sono due cose che non coincidono necessariamente.