Aspieboy speaks

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Scritto da un Asperboy di 14 anni oggi, terzo giorno di liceo. A new day has come.

“Ah, le care vecchie elementari…La mia prima tappa verso un futuro radioso, pieno di farmaci e incomprensioni.
Sono state il primo inferno in cui ho capito di essere più dotato dei miei coetanei, e che mi hanno così fatto sentire fuori dal mondo e tristemente solo.
Il mio primo approccio con esse è stato molto gradevole, devo dire.
Ero riuscito a stringere amicizia con la maggior parte della mia classe, e con loro giocavo spesso a pallone una volta fuori scuola.
Sono riuscito a mantenere questo piacevole ritmo di risate e studio fino alla terza elementare.
Non so se fosse a causa della mia crescita, o del comportamento della nostra maestra, ma tutto cominciò a diventare insopportabile.
I compiti si facevano sempre più numerosi e complicati, e non riuscendo quasi mai a finirli andavo nel panico ed ero costretto ad essere ricoverato in ospedale.
E questo ogni giorno.
Alla fine mi rifiutai di continuare la scuola.
Mia madre, donna molto comprensiva, mi portò da una psicologa, che mi aiutò per lungo periodo a mantenere una buona frequenza scolastica.
Ma alla mia carissima maestra (donna di cui ricordo ancora il volto) non tornavano i conti.
Per lei era tutto un brutto scherzo.
Io fingevo, non avevo alcun attacco di panico.
Certo, perché ovviamente le iniezioni di Xanax in vena me le facevo fare per divertimento, nell’ambulatorio.
Durante il quarto anno di elementari sempre stessa storia.
Mi accorgevo benissimo che le medicine che mi venivano date non facevano un grande effetto, anzi, stavo peggio.
Tanto che a mia mamma vennero dei dubbi.
Mi portò da più psicologi.
Al tempo non sapevamo davvero a chi riferirci.
Eravamo disperati, tutto il contrario di adesso.
Nessuno di loro era mai d’accordo con quello che diceva mia madre. Per lei potevo avere una forma di autismo ad alto funzionamento, e preciso che all’epoca sapere cosa fosse l’autismo era grande cosa.
Insomma, c’è chi diceva che ero solo ansioso, c’è chi diceva che ero solo spaventato dalla scuola, ma quasi tutti dicevano che era tutta colpa di mia madre.
Quella donna ne ha passate davvero tante, ed io mi ci arrabbiavo pure….se potessi tornare indietro mi darei un pugno dritto in faccia.
A quanto pare la mia poca autonomia era a causa delle cure amorevoli di mia madre, al punto che le dissero che doveva smettere di essere così buona e gentile con me.
Ora.
Non ricordo cosa successe, ma ho avuto come il presentimento che li abbia mandati beatamente tutti a’ffancu-
AH, e preciso, quelli da cui siamo andati erano tutti psicanalisti.
Insomma gli anni passano ed io continuavo a sentirmi sempre più strano.
La gente parlava ma nessuno di loro era lì per dirmi qualcosa di importante.
I compiti che ci venivano assegnati erano una vera e propria tortura, e credetemi quando vi dico che le cose da studiare erano prese da un libro di terza media.
Ho controllato.
Tutto troppo in fretta.
Dovevo rallentare.
Dovevo smettere di pensare.
Così smisi definitivamente di andare a scuola.
Passai gli ultimi due anni di elementari a piangere e farmi del male, e non incolpo del tutto chi era ad insegnarmi…ma lo faccio.
Ovviamente avrei sempre avuto problemi di “apprendimento” anche senza una persona che minacciava di buttare il mio zaino fuori dalla classe se non gli avessi consegnato il foglio con i quadretti anziché le righe…ma era tutto veramente eccessivo.
Senza scordare la sue insinuazioni verso mia madre.
E’ stata lei oltretutto, a dissuaderci da una diagnosi per l’autismo, tornando al discorso di inventarsi le cose.
Ed insomma…la mia maestra dissuade mia madre…e lei la ignora.
Grazie mamma.
Grazie per avermi creduto.
Mia madre si mette così a studiare ogni metodo esistente per farmi continuare la mia vita in tutta serenità, e trova finalmente uno psicologo ESPERTO in bambini autistici.
Perché chiariamoci, non tutti possono fare diagnosi sull’autismo con una competenza adeguata.
Molti sono lì senza neanche una buona licenza di medico.
Specie gli psicanalisti, che sono sempre da diffidare.
Fanno solo del male, perché sai…un metodo di studio antiquato può anche andare bene.
MA quando si parla del Medioevo bisogna evolversi!
Purtroppo queste sono persone fermamente convinte dei loro metodi, nonostante sia provato in diversi modi che sono sbagliati, io ne sono la prova.
E chi ce lo spiegava questo quattro anni fa’?!!
EH??
Mia madre, ovvio.
Lei è molto intelligente.
Insomma, con gente esperta nel campo dell’autismo si spiega perfettamente la mia diagnosi.
Sindrome di Asperger.
La sindrome di Asperger è niente popò di meno che l’autismo ad alto funzionamento con un nome diverso, visto che oggi giorno l’autismo è visto come una malattia dalla gente comune.
Non posso dire “sono autistico” perché capiresti male.
Quindi dico che sono asperger.

No aspè, dico a tutti che sono Asperger e poi spiego che “Asperger “è un sinonimo di “autismo ad alto funzionamento”…
…e poi racconto che anche Einstein era Asperger…
E che lo era anche Van Gogh.
E anche chi ha inventato il computer.
Si potrei fare una grande lista di personaggi importanti autistici.
E’ la mia passione.
Fare le liste.
Ma non credo sia questo il punto, il punto è che finalmente sono riuscito a spiegarmi il perché dei miei comportamenti.
Sono finalmente venuto a conoscenza dei miei punti forti, invece di continuare a fissarmi su quelli deboli.
E tutto grazie a mia madre e alla mia forza di volontà.
Ho avuto momenti in cui sarei volentieri saltato giù dalla finestra del quarto piano, ed altri in cui avrei abbracciato il corriere che era solamente venuto a consegnarmi il mio fumetto di Batman Europa.
Non è tutto passato, no, ma ora sto decisamente molto meglio.
Non mi incolpo più per i miei comportamenti, ed imparo ogni giorno a migliorarmi.
Per questo sono così informato sulla mia “condizione”.
Per me sapere cosa mi succede è di routine.
Negli ultimi due anni non mi è mai successo di non capire qualcosa.
Sono perfettamente cosciente di tutto.
Beh, non proprio di tutto, se ho mal di testa posso ipotizzare sia colpa della mia fotofobia, ma potrebbe anche essere l’odore delle fogne.
E’ tutto un gran guazzabuglio di idee.
Ma imparerò a ordinarle.
Se mi andrà di farlo.
Ci sono cose che non voglio cambiare.
Fanno parte di me.
E dovranno restarmi addosso.”

(foto di Melanie Moree)

In verità, in verità vi dico…

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Un giorno sono andata a trovare i miei zii con l’Aspiebaby, che allora avrà avuto due o tre anni. Una tombolotta adorabile e sfiancante.
Chiacchieriamo del più e del meno, anche del fatto che a casa mi tocca stare con tremila occhi aperti perché questa come mi giro cerca di salire sulle sedie per affacciarsi alle finestre, per strada si butta sotto le macchine per gioco, cerca di scendere dallo scivolo al parco dal lato privo di parapetto etc. etc. etc. insomma non sto mai tranquilla, MAI.
Se c’avete piccoli Aspie terremotini, senza alcun senso del pericolo, sapete di cosa sto parlando. Se non ce l’avete, mi risponderete come mia zia che mi disse più o meno che lei con due figlie e varie scale in casa non aveva MAI dovuto usare un cancelletto, e non era successo mai niente. Insomma un po’ come dire basta avere l’atteggiamento più tranquillo e le cose vanno più lisce, non succede niente di grave.
Io adoro mia zia, ma sul serio eh, non per dire, quindi ho sorriso e non ho detto niente. Poi mia zia  mi chiede se può portare l’Aspiebaby a fare una passeggiata fuori in campagna mentre io mi riposo in casa, ed io ovviamente dico di sìììììì, perché ogni momento di rifiato (mio) è prezioso.
Tempo 20 minuti e mia zia torna con l’Aspiebaby saldamente tenuta per mano e gli occhi difori e mi fa “Serena, ma questa cerca di buttarsi giù dai dirupi!”.
Eccerto, cosa ti ho detto finora? 
Ma non mi credete mai, quando ve le racconto. Non mi crederei manco io, lo ammetto eh, se non ci fossi passata. Penserei “Eeeeh, che esagerata”. E invece.

Il problema del non essere creduti come genitori quando spieghiamo come funzionano i nostri figli è un grosso problema. Per noi e per i nostri figli.
Perché noi genitori ci sentiamo costantemente sotto accusa, accusa di essere delle chiocce irrimediabili, di essere noi a tenere i nostri figli ancora dipendenti e non autonomi, di essere gente che non regge la normalità etc etc… in pratica siamo la Cassandra della situazione, che annuncia (possibili) sventure, non viene creduta e deve star lì a guardare tutto che va a rotoli senza poter manco dire “ve l’avevo detto”, perché poi pare antipatica. Anzi, è sempre e comunque tutta colpa nostra. 
Io lo vedo, quando parlo dei miei figli ai consigli di classe, che i prof non riescono a crederci fino in fondo, a quel che dico. Lo vedo nei loro occhi e soprattutto poi nei loro comportamenti con i miei figli, appunto. Cerco di trovare le parole, gli esempi per spiegare loro ma niente, non li ho ancora trovati temo. O forse la mentalità corrente è che una madre è poco attendibile per definizione, quando parla dei propri figli, cercherà sempre di scusarli e quindi non va creduta.
E i nostri figli si ritrovano in guai più grossi di loro perché vengono fraintesi, giudicati e non aiutati nelle loro reali difficoltà. Spesso i risultati sono meltdown, chiusura sociale, fuga da situazioni, crollo dell’autostima.

Insomma, datece retta un po’. Il beneficio del dubbio almeno. “ma fammi vedere un attimo se queste mirabolanti incredibili cose che dice questa qua sono almeno un po’ vere”.
Lo sono, giurin giurello. Quando vi spiego come funzionano i miei figli, lo faccio anche per voi. E vi posso assicurare che l’esperta mondiale in materia sono io. Fidatevi, vi risparmierete anche voi un sacco di rogne.

Se per esempio vi dico che l’Asperboy va in grossa grisi per il rumore continuo, per le luci troppo forti… credetemi. Anche se a voi non fanno questo effetto, anche se vi sembra impossibile che si possano avere crisi di nervi solo per un po di rumore e di luce. Non sono una madre che cerca in ogni modo di giustificare comportamenti maleducati del figlio, sono una che prova a spiegarvi come funziona un autistico. Provate a vedere la differenza di comportamento se lo portate in un’aula tranquilla, se chiudete un po’ quella serranda in classe, se usa cuffie per il rumore, se può uscire dalla stanza e camminare in un corridoio tranquillo ogni tanto, se vi interessate al suo mondo personale. Potreste scoprire che non è un ragazzino stranamente bizzoso e distratto, che dice di no a priori a tutto, che ogni tanto ha momenti di inspiegabile (inspiegabile per voi) rabbia, potreste scoprire che è un ragazzino che vuole solo tanto essere un bravo ragazzino, non dare problemi a nessuno, dimostrare quello che vale a scuola, conoscere le persone e farsi conoscere. Se solo non dovesse sprecare tante energie solo per controllare il disagio dovuto all’ipersensorialità e all’ansia di non essere compreso.

Il primo passo insomma è darci un po’ di fiducia. Anche perché siamo tanto stanchi di non essere veramente mai creduti.

Eye Candy

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Uno dei problemi dell’essere autistica ad alto funzionamento diagnosticata da adulta è che per molti anni né te né gli altri avete mai pensato che tu potessi essere piuttosto diversa, come funzionamento neuropsicologico, dagli altri. E quindi con la diagnosi arrivano una serie di notizie, diciamo, totalmente inaspettate.

Ad esempio, mi dicono che io sono una “visual thinker”, cioè una pensatrice visiva.
Apperò.
E io che per tutta la vita son stata convinta di essere semplicemente una che pensa! Invece no, mi dicono, io penso per immagini.
Ed è vero, intendiamoci. Ma il punto è: ma perché, voi come pensate?
Se pensate qualcosa, non vi si materializza nella testa un’immagine di quella cosa, e un’immagine precisa? Se voi dite gatto, riuscite a pensare al concetto di gatto in senso astratto e ideale, come una “gattità” platoniana? “Vedete” qualcosa? Io vedo un gatto, anzi una serie di diapositive di gatti vari, alcuni conosciuti altri no ma gatti visivamente ben definiti. Essere una pensatrice soprattutto visiva ha dei risvolti interessanti, alcuni positivi altri negativi. Ad esempio, io quando progetto di fare qualcosa di complesso lo visualizzo nella testa, alla Temple Grandin (ma non bene come lei), visualizzo i vari pezzi e come vanno montati tra di loro. Se lo visualizzo, lo posso fare. Se non riesco a visualizzarlo, non provo nemmeno a farlo, non arriverei in fondo. Ci devo pensare su meglio.

Ma soprattutto, io non riesco a capire come si faccia a pensare non in immagini. Sul serio. Per me la normalità, il “pensare”, è questo, pensavo fosse così per tutti. Una vita nella menzogna.
L’unica cosa che forse mi ha fatto capire un po’ come si pensa senza immagini è stato rendermi conto che quando sono in una fase di intenso shutdown, allora le immagini spariscono dalla mia testa, che diventa un grande spazio buio. Il problema è che quando sono in shutdown non è che penso senza immagini, per me diventa proprio difficile pensare. Quindi riesco ad avere solo una pallida idea di cosa significhi pensare non in immagini.

Un altro risvolto interessante è che quello che vedo può influenzare il mio umore, in senso positivo o negativo. Lo sconforto che mi prende davanti ad una stanza disordinata, piena di oggetti e di colori che stridono, è palpabile. Al contrario, una dieta di colori armoniosi, linee pulite, ordine simmetria e pulizia sè un toccasana per la salute, meglio dello yogurt con il bifidus. Esistono persino dei video condivisi centinaia di migliaia di volte sui social, i cosiddetti “satisfying videos”, che vengono incontro al bisogno di purezza ed appagamento visuale dei pensatori visuali.

Un campo recente di studi in neuropsicologia esamina, con l’uso di speciali telecamere, dove le persone puntano il loro sguardo, cosa guardano insomma, e come lo guardano. Ed una serie di recenti esperimenti ha rilevato che, guardando ad esempio un film, gli autistici possono concentrarsi su cose diverse dai volti dei protagonisti come fanno di soliti i neurotipici. In un caso portato come esempio lampante, l’autistico stava osservando con interesse non la scena che si svolgeva tra i due protagonisti, ma un interruttore sul muro alle loro spalle. Me pare già di sentire le voci degli esperti: eeeeeh, non va beeeeeeene, troppo interesse per gli oggetti invece che per il volto umano, questi autistici…
No scusate, magari quell’interruttore è davvero più interessante della faccia degli attori. Magari erano degli attori cani, con una mimica finta o esagerata e quindi insopportabile (per un autistico). E scherzi a parte, a volte l’arredamento di un ambiente è più interessante e piacevole per lo sguardo degli esseri umani che vi si aggirano (mica tutti sono Tom Hiddleston), specialmente se i colori sono accostati in modo insolito ma armonioso. Specie, come dicevo sopra, per chi è un pensatore visivo, e dall’ambiente (rac)coglie molti più stimoli visivi di chi è un pensatore… non visivo. Platonico insomma. Cari pensatori platonici (TM), ma se voi nel cervello avete il buio della caverna di Platone, cosa rispettabilissima sia chiaro, come fate a capire, valutare e giudicare chi funziona in modo diverso e per questo fa cose diverse, trova diletto in cose diverse, vede cose diverse, ama cose diverse? Non necessariamente sbagliate, ma… diverse.

Ci sono almeno quattro film/sceneggiati che ho guardato e riguardato (e riguardo ancora!), con tanto di fermo immagine strategici, non tanto o non solo per le vicende raccontate o per i protagonisti, ma per gli ambienti in cui sono stati girati, così curati da diventare praticamente protagonisti pure loro (e se qualcuno si prendesse la briga di esaminare dove sto guardando, scoprirebbe che sto guardando la parete dietro i protagonisti umani, o il divano, o la libreria, o il lampadario…). Soprattutto, mi attraggono le palette raffinatissime su cui sono giocati gli arredamenti di interni. Direi che la mia personale predilezione è per tutti i toni di verde pavone, blu carta da zucchero, petrolio e turchese con tocchi di rosso cinabro, giallo senape e rosa antico…
Eye candy, lo chiamano gli americani, delizia per l’occhio. Balsamo per l’anima, lo chiamo io.

Buster Keaton co’ le coliche

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Sono sdraiata su una lettiga in pronto soccorso, mentre un’infermiera mi inserisce un ago cannula nel braccio sinistro. Io nel frattempo piango. “Stai piangendo per il dolore?” mi chiede lei gentilmente. No, rispondo, piango perché non mi piace essere qui. Mi guarda perplessa ma non discute. Mi lascia tranquilla mentre in vena inizia a scendere la fisiologica e qualche farmaco antidolorifico che ci hanno messo dentro. Mi copro il viso e piango un altro po’, sentendomi la creatura più sola e triste al mondo (anche se oltre questa tenda ce ne sono almeno altri tre, messi come me e con la loro flebo al braccio).

Mezz’ora dopo, l’antidolorifico ha fatto effetto, evidentemente, e stare lì al pronto soccorso improvvisamente mi piace un sacco. E’ proprio un bel posto, e potrei passarci tranquillamente il resto della nottata, se mi portano un tè e du’ biscottini. Mi rendo conto che quello che sentivo prima era dolore, non tristezza o brutti ricordi. Dolore, e basta. Tolto il dolore, sto benone.

In sostanza, come capita a molti autistici, non è che io non senta dolore, è che non riesco a identificarlo come dolore. Sto malissimo, ma non capisco che è per il dolore. Non so identificare chiaramente se è un dolore forte, anzi soprattutto se è un dolore forte. Stasera al pronto soccorso ci ho messo un po’ per trovare il coraggio di andare dall’infermiera del triage e chiedere aiuto. E’ stato un gentile signore che mi ha visto piegata in due nell’atrio che ha chiamato qualcuno per visitarmi, sennò sarei ancora lì a dirmi che forse sono esagerata, che in fondo non avevo tutto questo gran problema, bastava andare a casa e rilassarmi…

In realtà, ho una colica biliare in corso. Sto maluccio da quattro giorni, poi sono peggiorata. Ma prima ho evitato di andare da un medico, poi quando finalmente ci sono andata ho pensato che stavo così male e piangevo perché i locali del pronto soccorso mi riportano alla mente brutti ricordi per tutte le volte che sono venuta qui con l’Aspergirl. Una volta in pronto soccorso, mi hanno preso i parametri vitali e fatto le analisi urgenti, ed è uscito un quadro evidente di colica dolorosa. Io mi sono autocoglionata con discorsi pseudopsicologici, i macchinari del pronto soccorso molto più svegli di me hanno registrato una bradicardia vagale dovuta al dolore, e indici epatici e infiammatori molto alterati.

Cioè: ho scambiato le conseguenze di una condizione medica, perfettamente diagnosticabile e rilevabile in modo oggettivo con analisi ed esame obiettivo, con un fantomatico trauma psicologico del passato.
La mia ex psicanalista sarebbe fiera di me.

Ora a parte procurare figurette con i medici di cui rideranno i miei nipoti dicendosi che nonna era già rincojonita da giovane, l’incapacità di identificare e comunicare correttamente il dolore, specialmente quello viscerale come nelle coliche, non è proprio una fortuna. Non è un’anestesia (che sarebbe comunque problematica anche quella, perché non ci si accorge proprio di avere un danno fisico), è qualcosa di più sfuggente e insidioso. Si sta malissimo, al punto da non riuscire a fare più nulla. Ma non si riesce a capire bene perché. E questo è pericoloso, perché potreste andare al pronto soccorso troppo tardi. O essere troppo controllati e contenuti nello spiegare ai medici cosa sentite. Già le donne quando dicono di star male vengono prese regolarmente sottogamba dai medici, è proprio un fenomeno dimostrato, se poi siete come me il tipo di autistica con scarsa mimica faciale, che dice “sto moreeeeendo” con la faccia di Buster Keaton ecco, questo potrebbe trasformarsi in una prigione che rende difficile essere aiutati…

Vedere voci, sentire colori

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Oliver Sacks ha scritto un libro, affascinante come tutti i suoi libri (come lui, direi), che si intitolava così: Vedere voci. Il riferimento è un versetto biblico, e il libro parla del mondo dei sordi americani. In questo caso, le voci che si vedono sono la lingua dei segni, mani che si muovono nello spazio segnando una lingua con una grammatica visuo-spaziale.

Io non sento le voci, o meglio i suoni, o almeno non solo, io li vedo. I suoni creano nella mia testa una rappresentazione grafica dinamica. Anche i suoni più piccoli e insignificanti.

Ad esempio, sono sdraiata a letto, e sento un orologio che ticchetta nel buio. Non è solo il fatto che lo sento, è che non riesco a smettere sentirlo, e che nella mia testa ogni ticchettio disegna qualcosa. Per l’esattezza, traccia un percorso costituito da due curve unite da una linea retta, unite lungo un asse verticale. Un segno fucsia, luminoso, su sfondo nero. Avanti e indietro, avanti e indietro, tic e tac, tic e tac. Perché faccia questo segno e non un altro non lo so, ma sono sicura che il segno ed il colore di quel suono sono questi e non altri.

Sì ok, carino, affascinante etc… solo che provateci voi, a dormire con un cursore che va avanti e indietro nella testa. Infatti ci metto un bel po’ per addormentarmi, anche solo per suoni casuali e lontani. La mia corteccia uditiva ci mette un po’ a rilassarsi la sera e lasciare in pace quella visiva.

Mi piace ascoltare musica, spesso sempre la stessa. E nella testa mi faccio i film, anzi i video, da molto prima che inventassero VideoMusic. Una specie di Fantasia Disney in proiezione privata, sempre. La musica disegna scene, a volte anche solo linee e curve, nella mia testa, e a volte ho bisogno di disegnarle veramente nell’aria con le mani. Quando sono sola lo faccio, in pubblico ovviamente no. Questo meccanismo è ancora più forte se canto, cioè per cantare, per produrre dei suoni efficaci ho proprio bisogno di rappresentarli nella mia testa e poi nello spazio con le mani. Non posso cantare bene E stare ferma. Non mi diverte nemmeno. Deve essere per questo che mi piacciono i cori gospel, perché loro cantano con tutto il corpo. Ed io sento il bisogno di fare lo stesso. Devo essere uno spettacolo interessante quando canto, ma tanto non mi vede nessuno per fortuna. Non canto mai se qualcuno può sentirmi/vedermi. A parte le mie figlie. Che di solito mi chiedono di smettere, tesori. 😂
E non studio mai ascoltando musica in sottofondo, in realtà non riesco a fare niente con musica o persone che parlano in sottofondo, la mia CPU interiore finisce per vedere i “video” di quel che sto ascoltando invece che la pagina che ha davanti, potrei leggere quattro volte la stessa frase e non capirci niente. L’unica misteriosa eccezione sono le variazioni Goldberg di J.S. Bach, suonate da Gould, nell’edizione del 1981. Solo quelle. Hanno un ritmo ed una velocità particolare, che si vede corrispondono ad un mio ideale metronomo interiore, e mentre le ascolto riesco a fare tutto concentrandomi e quasi senza faticare, come se qualcuno appunto mi stesse battendo il tempo. Grazie, Johann e Glenn.

Operazione Lunala

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Lunala è un Pokemon leggendario, protagonista di un videogioco che l’Aspiebaby agogna e che le è stato promesso per quando avrà finito di curarsi un paio di antipatiche cariette.
Tra mia figlia e Lunala, dunque, c’è il dentista. Anzi, la dentista, perché la nostra è una dentista, giovane, preparata (fondamentale), simpatica (altra cosa fondamentale), disponibile (assolutamente fondamentale pure questo) e che ha capito che qui, con questa Aspiebaby, ci vuole una strategia e tanta pazienza.
Perché l’Aspiebaby ha la fobia di qualunque procedura medica, fobia che condivide con l’Aspergirl, e rende uno sbarco in Normandia pure l’andare a fare un semplice controllo di salute… figuriamoci un vaccino o andare dal dentista.

E quindi è nata Operazione Lunala, nome non ufficiale per tutte le procedure e strategie per riuscire a curare queste due carie all’Aspiebaby, aiutandola a superare ansia e panico, senza dover ricorrere all’anestesia generale (inutile che fate quella faccia, si fa eccome in casi del genere, quando serve). Un pokemon leggendario per un’impresa che resterà nella leggenda.
Abbiamo iniziato prendendo appuntamenti settimanali con la dentista. Una volta a settimana, con cadenza regolare, in modo che diventasse una cosa più consueta, che si creasse un’abitudine, qualcosa di più familiare. Ad ogni appuntamento, si ripete il rituale: i dentini vengono spazzolati, puliti, esaminati, ed in questo modo si inizia a prendere confidenza con i vari strumenti. Se uno strumento si rivela proprio avversivo, si mette da parte per ora, si cercano alternative. Pian piano, ogni volta, si riesce a far familiarizzare l’Aspiebaby con qualche procedura un po’ più “invasiva” della volta precedente, e si va avanti, piano e senza strappi. Chi va piano, va sano e va lontano.

Bisogna fare attenzione ai tempi d’attesa, che per una piccola Aspie (ma pure per un’Asperger più grande) sono quelli che fanno montare l’ansia: il cervello parte per conto suo e una volta che l’ansia è sopra i livelli di guardia resta poco da fare. Quindi, prevenire: noi non entriamo nello studio del dentista fino a quando non è proprio il nostro turno, niente più sala d’attesa. Siamo lì vicino a caccia di pokèmon o a bere un succo di frutta al bar, e appena è il nostro turno ci chiamano al cellulare per avvisarci, entriamo e andiamo dritte alla poltrona.
La dentista spiega. Spiega tutto: cos’è quello strumento, a cosa serve, glie lo fa toccare, provare su un’unghia o su un dito così si rende conto che non è niente di ché, poi chiacchiera mentre lavora, le chiede di collaborare, si ferma appena Aspiebaby segnala che sente male o disagio, e poi di nuovo spiega e chiacchiera, chiacchiera per distrarre la piccoletta, chi l’avrebbe detto che per fare il dentista devi essere un po’ cabarettista? L’Aspermom è presente in un angolo, cercando di aderire il più possibile all’intonaco e farsi tappezzeria, per non interferire (o meglio, per non farsi dire che interferisce), oppure ogni tanto azzarda una battuta o un massaggio leggero ai piedi per distrarre almeno un po’ Aspiebaby da quello che sta succedendo nella sua bocca. Se Aspiebaby inizia a stancarsi troppo, inizia a piangere… si valuta se è il caso di fermarsi, oppure si cambia per un attimo lavoro, si fa un’ultima cosa, qualcosa che magari darà la scusa per rivedersi la settimana prossima.
E così andiamo avanti, una settimana dopo l’altra, senza mai forzare troppo la mano. Si naviga un po’ a vista, si corregge la rotta, dopo ogni appuntamento ci si dice cosa è andato bene e cosa no, in modo da non ripetere gli errori. Ogni volta un piccolo progresso, un regalino inaspettato per motivarla, un sacco di complimenti, un po’ più vicini al traguardo Lunala.

Tanto poi c’è poco da riposare sugli allori, finito con il dentista toccherà alla visita oculistica con goccine di atropina per vedere il fondo dell’occhio, e lì che m’invento??
No, decisamente non mi annoio mai.

Sperare non costa nulla

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Oggi un pensiero mi ha attraversato gli emisferi: ma fosse che adesso, dopo la puntata di The Good Doctor in cui Shaun Murphy in prima serata sulla rete nazionale spiega ai barellieri e al chirurgo che il ragazzo autistico non sopporta di essere toccato ed è per quello che si agita e grida, ecco fosse mai che adesso se dovessimo per caso cornafacendo finire di nuovo in un pronto soccorso con l’Aspergirl il personale lì finalmente capirà che PORCALAMISERIAZZOZZALADRA, NONLADOVETETOCCA’?