Famo a capisse

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Due parole dueddue sull’annosa questione “Siamo tutti un po’ autistici allora”, in chiave discorsiva.

No, non lo siete, non si può essere solo “un po’ autistici” (e manco “un po’ neurotipici” se è per questo) nel senso di un pezzo autistico un pezzetto neurotipico, così, a settori separati. Si possono avere alcuni comportamenti in comune con gli autistici, all’interno di una struttura che nella sua totalità però non è autistica, e quindi non funziona come tale. E questo non significa essere “un po’ autistici”, significa essere neurotipici, con qualche tratto autistico.
Essere autistico, un po’ o molto, significa fare praticamente tutto come un autistico, pur con maggiore o minore intensità e rigidità, non qualcosa qua e là tipo isola spersa, e soprattutto avere un funzionamento autistico rispetto ad alcune questioni “core”. Significa avere una mente che funziona in un certo modo, e lo fa sempre, perché è strutturata in quel modo, non solo per alcune cose. Una mente che non sa fare diversamente e non può decidere di fare diversamente. Non solo i comportamenti saranno diversi, saranno diversi soprattutto i processi mentali al di sotto di comportamenti, anche di comportamenti solo apparentemente simili a quelli dei non autistici.

Persino un’autistica “che non sembra autistica” come me, una bene adattata, una che è passata sotto il radar per ben più di metà della vita… è autistica praticamente in tutto in realtà.

Intendo dire che, date tutte le infinite cose che si possono fare/sentire/pensare nella vita, e date almeno due diverse modalità di fare/sentire/pensare qualunque di queste cose, una tipica dei non autistici ed una degli autistici, io le farò/sentirò/penserò costantemente in modo autistico. In modo autistico “lieve”, talvolta impercettibile dall’esterno, e quindi controllabile dai meccanismi di compenso e “camuffabile”, ma di base in modo inequivocabilmente autistico. Anche se non ve ne accorgete.

Esempio: Caio è neurotipico, io sono autistica; Caio ed io entriamo in un’aula e ci sediamo. Apparentemente lo abbiamo fatto nello stesso identico modo. In realtà, io entrando ho guardato la stanza, sedendomi ho contato mentalmente il numero di punti luce, ho individuato quali lampadine sono più fioche di altre, dove sono crepe o macchie nelle pareti, ho cercato di individuare un pattern nel controsoffitto e mi sono pure un po’ irritata se non c’è un pattern ripetuto in modo regolare, ho preso nota di tutti i dettagli, e continuo a farlo per tutto il tempo. Cerco schemi in quello che vedo. Conto le cose, allineo le  cose, tocco le cose. Registro i rumori. Non decido di farlo, la mia mente lo fa e basta, sempre. E non posso impedirglielo. E’ molto utile per alcune cose, un’interferenza per altre. La luce al neon mi dà fastidio, ed il rimbombo dei suoni anche. Non posso evitarlo. Devo chiedermi se è il caso di tirar fuori tappi per le orecchie e occhiali da sole per poter prolungare il mio tempo di permanenza senza problemi.

Scommetto quello che volete che se Caio è davvero neurotipico, nella sua testa non c’è tutto questo quando entra, si siede e aspetta che inizi la lezione. Non so cosa ci sia, ma non questo. E vale per tutto. Sono proprio due modi diversi di percepire la realtà, elaborarla, ed elaborare risposte. In tutto, non solo in questo o quel tratto, in questo o quel campo. Nominate qualcosa, ed io vi descriverò il modo in cui la mia mente lo vede e affronta, e probabilmente non sarà il vostro, se siete neurotipici, e quali adattamenti devo fare per poterlo fare in modo apparentemente normale.

Esempio nell’altro senso: l’ipersensibilità sensoriale. Ci sono autistici che faticano molto a sopportare suoni o luci, ed hanno violente crisi se obbligati a sopportarle troppo a lungo. Io non ho crisi, di solito, ma non li sopporto molto lo stesso. Cefalee, nervosismo, scatti d’ira, stanchezza inspiegabile, malessere, acufeni, problemi di vista, disagio e voglia di andarmene, sono tutte cose che mi capitano regolarmente se esposta a rumore e luce eccessiva per me. D’estate io non esco quasi di casa, perché c’è troppa luce fuori per me. Non esplodo in un meltdown facilmente, ma lo stress  lo sento e la mia resistenza in ambienti in cui i neurotipici si trovano tutto sommato a loro agio è molto ridotta. Di nuovo, non è qualcosa che posso decidere di non sentire, dai su sopporta un po’, è così e basta. Io e gli autistici di cui sopra condividiamo la condizione di ipersensibilità sensoriale, anche se in misura diversa, ed anche se io non sembrerei autistica perché non ho reazioni molto visibili ed eclatanti. Perché siamo autistici, appunto. Io capisco cosa prova l’Aspergirl, che ha una ipersensibilità molto più pronunciata ed evidente della mia, quando è in classe o fuori casa, perché prendo quello che succede nella mia testa e lo moltiplico per tre o per quattro. Lei può avere meltdown per sovraccarico sensoriale, io praticamente mai, ma ci capiamo perché siamo della stessa specie in un certo senso. Un neurotipico dubito davvero che capisca, non riesce a concepirlo perché manca l’esperienza personale a cui fare riferimento. Se vede l’Aspergirl in meltdown, non comprende perché.

Per essere autistico, in sostanza, anche solo “un po’ autistico”, o meglio autistico lieve* non basta barrare qualche casellina sparsa sulla checklist del funzionamento, bisogna avere un consistente set di caratteristiche pervasive e costanti per quanto di intensità variabile da individuo a individuo, che riguardano i campi di interesse, la cognizione, la percezione sensoriale e la socializzazione.
Come dire, quelle tre-quattro cose che assieme ammontano al 99% dell’esperienza umana. Vedete un po’.

*lieve ‘na ceppa poi, non è affatto lieve la fatica continua e quotidiana, in nessun caso

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