In hoc signo

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L’evento catastrofico dell’incendio di Notre Dame de Paris ha offerto l’occasione al mondo di riflettere sul valore e l’importanza dei simboli per il genere umano. Il simbolo in poche parole è qualcosa di materiale e concreto che ne simboleggia appunto, ne incarna un’altra, immateriale (di solito). Ha molto a che vedere, a quanto dicono, con la capacità di astrazione e di “far finta che”, che, indovina un po’, dicono che noi autistici non abbiamo. Stavo in pensiero che non fosse pure questa l’occasione di dire che abbiamo l’ennesimo deficit. Meno male che c’è sempre qualcuno premuroso a ricordarcelo.

Ora, è vero, una caratteristica di molti bambini autistici (ma non solo, direi) è che non glie ne frega niente del cellularozzo finto tutto lucine e suoni che gli avete regalato, e manco del mazzo di chiavi di plastica colorate che gli cacciate in mano per distrarli, no, loro sono affascinati dal cellulare e dalle chiavi vere. Loro vogliono the real thing. Non li fregate, insomma, capiscono se una cosa è finta e non gli interessa far finta che sia vera. All’Aspiebaby alla fine avevo comprato un mazzo di chiavi vere, di colori diversi, e pace, e aveva dei vecchi cellulari senza sim per giocare. Ma voleva comunque quelli con la sim, non la fregavi proprio.
Inoltre, una cosa che si sente dire spesso a proposito degli autistici è che non capiscono il simbolo, non sono capaci di astrazione simbolica, e infatti il gioco di finzione risulta impossibile per molti di loro, si dice, perché non riescono a capire che quel pezzo di legno adesso è un cucchiaino per imboccare la bambola.

Ora, non vorrei sembrarvi troppo rude e sbrigativa, ma il punto in molti casi non è che l’autistico di turno non capisce che quel pezzo di legno è un cucchiaio, il punto è che quello veramente *non è* un cucchiaio, e sono gli altri a star lì come deficienti a dirsi “uh guarda che bel cucchiaino”. E l’autistico pensa “boh, siete proprio strani eh…”. Personalmente, sono anche in grado di fare finta, anzi in realtà faccio finta di fare finta. “Uh guarda che bel cucchiaino! Mangia la pappa, tesoro”. E’ una recita assolutamente idiota, per i miei parametri, priva di interesse, lo è sempre stata, ma pare che bisogna farla o quelli là fuori pensano che ti manchi qualche fondamentale tappa di sviluppo neuropsicologico. Vabbe’, famoli contenti. E poi torniamo a cose più interessanti, come i cucchiai e la roba da magnare veri!

Il punto non è che l’autistico “non è capace”, se si costruisce uno script sociale può metterlo in pratica e può sembrare che faccia le stesse cose di altri bambini. Il punto è soprattutto che non ne vede lo scopo, l’utilità, non si diverte, non glie ne frega una ceppa, non impara manco niente così, si sente invincibilmente a disagio. Il gioco di finzione è un meccanismo di apprendimento sociale che serve ai neurotipici ma non agli autistici. E’ per questo che il neurotipico ci si diverte e non si sente cretino a farlo, è evolutivamente selezionato per trovarlo divertente perché così impara cose. Ma notiziona! se ne può anche fare a meno. C’è gente che si è laureata senza aver mai finto di imboccare una bambola con un pezzo de legno. SI. PUO’. FAREEEEEEEEE.

Tornando al simbolo come oggetto concreto che esprime significati astratti, anche qui trovo una differenza tra come vivo io la cosa e come la vedo vivere alla maggioranza delle persone. Intanto, diciamo subito che paragonare (come viene fatto di solito) la percezione simbolica di una persona autistica che ha anche una disabilità cognitiva a quella del neurotipico medio per concludere che l’autistico ha un deficit di astrazione simbolica è scorretto, ve piace vincere facile verrebbe da dire. Iniziamo a paragonarla a quella di neurotipici con simile disabilità cognitiva e intanto vediamo quanto dipende dall’autismo e quanto dalla disabilità cognitiva. Poi, parlando di persone autistiche con funzionamento cognitivo nella norma, chiariamo che io ad esempio sono perfettamente in grado di capire il concetto di simbolo, di riconoscere e collegare al simbolo i vari significati e contenuti che vi vengono collegati normalmente dalla collettività. Quello che io, in quanto neurodiversa, non faccio perché ho un sentire diverso, è l’investimento emotivo ed affettivo nel simbolo. Per me quella è una cosa e una cosa resta. Ok, ho capito bene che è il simbolo di questo e di quest’altro (lo studio dei simboli può anche diventare un interesse assorbente, per me lo è stato per anni), ma al contempo sono sempre in grado di fare una scala per priorità oggettive e quindi considerare la vita umana più di un oggetto, per quanto carico di simboli. Non riesco ad affezionarmi ad un simbolo come a mammet’, rimane sempre una cosa diversa. L’investimento affettivo nei simboli è una cosa largamente sociale, secondo me, vedi ad esempio le squadre di calcio, mediata dalla vita sociale ed importante per la vita sociale. Gli autistici in genere sono largamente impermeabili a questo tipo di meccanismi. C’è chi li trova proprio intimamente incomprensibili. E’ un po’ come guardare alla tv una folla urlante attorno a una bandiera che brucia: resti lì pensando “WTF…???”

E non è un vivere deficitario, è un vivere diverso.
Una cosa diversa è se un oggetto fa parte dell’interesse speciale di una persona autistica, allora è possibile che ci tenga in maniera inspiegabile per i neurotipici e che l’eventuale distruzione sia una catastrofe, ma è l’oggetto in sé, come oggetto di interesse e quindi di investimento affettivo, a contare, non è, di nuovo, un simbolo di qualcos’altro.

In poche parole il simbolo per me non è un simbolo come lo è per altri, perché non mi strapperò mai i capelli se quel simbolo finisce bruciato, per esempio, perché per me i significati e contenuti collegati non sono bruciati con il simbolo. Ma so che ci sono significati collegati. Il simbolo alla maniera emotivo-sociale e neurotipica richiede una sorta di sospensione dell’incredulità che la mente autistica non accetta di fare. Poi mi è dispiaciuto davvero molto per l’incendio di Notre Dame, ero e rimango triste per quelle opere di ingegno e abili mani umane perse. Ma sono lo stesso rimasta basita per la mobilitazione che ne è scaturita. L’ho trovata assolutamente incomprensibile, per un oggetto per quanto bello e di valore, paragonata poi alla mancanza di unità su temi che per me, razionalmente, sono molto più importanti perché riguardano la vita umana. E son rimasta a chiedermi nuovamente se il deficit, posto che ci sia, è davvero il nostro.

 

2 pensieri riguardo “In hoc signo

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