La casa con le pareti che urlano

contemporary-dining-room

Somiglia al titolo di un film horror, ed in effetti è qualcosa di simile. E’ l’effetto che fa ad un’Aspie come me entrare in casa. E inizio a notare tutto. Ogni singola cosa fuori posto, ogni singola cosa appena un po’ storta, ogni macchia sul muro, ogni briciola sul tavolo, ogni oggetto difettoso. Ogni. Cosa. Ed è come se ogni cosa mi gridasse “Sono qui! Sistemami! Puliscimi! Riparami! TI PREGOOOOOO”. Centinaia di metaforiche manine che si allungano a trattenermi mentre io cerco di passare oltre, aggrappandosi ai miei neuroni e implorando di essere riordinate. Un incubo, esatto. Da sveglia.

Gli Aspie come me (cioè non tutti ma una buona fetta) hanno una letale combinazione di perfezionismo e vista acutissima, unita ai soliti problemi di procedura ed al bisogno di ritrovare un ordine costante nell’Universo (ci accontentiamo di poco noi), per cui combattono una guerra persa in partenza contro l’asimmetria, il disordine, la mancanza di armonia di linee e colori. In poche parole, per noi non esiste solo l’inquinamento atmosferico o quello acustico, esiste anche l’inquinamento *visivo*.

Dice dai, teso’, rilassati, non pensarci troppo, fatti una tazza di tè. Ok, mi faccio una tazza di tè. Quale tazza scelgo? Questa tazza ha ancora un po’ di macchie di tè all’interno, devo pulirle meglio. Verso l’acqua dalla caraffa, le gocce di calcare secco sulla caraffa mi urtano. Metto la tazza nel microonde, ma com’è che questo microonde dentro è così sporco? Chiudo lo sportello per non vedere. Ci sono macchie di acqua sull’acciaio dello sportello, fuori. Resisto alla tentazione di correre a prendere uno straccio e lucidare tutto, ho detto che mi devo rilassare, checcazzo. Prendo la scatoletta del tè dallo scaffale e chevelodicoaffa’, registro la fastidiosa presenza di un velo di polvere sulla mensola. Tolgo la tazza dal microonde, metto il filtro con il tè, qualche fogliolina sfugge al filtro. Un altro tè imperfetto, la metafora della mia vita. Alzo lo sguardo, vedo macchie ovunque e ce l’hanno tutte con me. Le briciole mi fanno ciao da ogni superficie. Ho pure gli occhiali sporchi, checcavolo. Almeno lavo gli occhiali dai. Oooh, adesso va meglio. Sì, come no, adesso riesco a vedere meglio la polvere ovunque. Scappo in soggiorno. Pessima idea: mia figlia minore ha giocato anche oggi con trentordici giochi diversi, tra cui il Lego, ed una buona parte di questi giace sparsa sui divani. Praticamente mi faceva meno male una martellata in testa. Giuro ai giocattoli che li rimetterò tutti a posto appena possibile ma adesso no. Una buona metà dei quadri è lievemente inclinata, nonostante li risistemi di continuo. Crollo su una poltrona libera, lo sguardo mi cade sul pavimento e tutti gli aloni e le impronte dei cani che la luce impietosa di febbraio mette in risalto, mentre bevo il tè mi chiedo se esistano pattine per cani. Ma soprattutto mi chiedo: come si spegne questa supervista?? Per i rumori posso mettere le cuffie antirumore, ma per la vista come si fa?

Per sopravvivere, mi imbarco in periodici tentativi di ridurre il volume di *roba* in questa casa e riorganizzarla in modo razionale, efficiente, piacevole. Lo so, è una cosa che va di moda, il “decluttering”. Ci sono esperti che ne hanno fatto una professione. Dilettanti. Per me è questione di sopravvivenza mentale. Ho un intenso feticismo per scatole e contenitori, perché puoi farci sparire la roba dentro (non è una soluzione perfetta, perché io SO che quella roba è lì, ma è un sollievo). Ho sperimentato tutti i possibili modi di piegare le mutande. Le so tutte.

Vi chiederete: ma perché non risolve tutto con una casa in stile minimalista monastico? Pareti bianche, un materasso per terra e ciao? Vivere come i gigli nel campo, che non devono preoccuparsi di nulla perché il Padre Celeste provvede loro? Ora, a parte che sono sicura che tra quei gigli nel campo ce n’è uno Asperger che pensa “maro’ ma com’è incasinato questo campo, ma possibile che questi altri non possano crescere in file ordinate??” e soffre, ma in realtà, se per alcuni è una soluzione per molti altri ci sono due problemi: il primo è che il minimalismo cozza con il bisogno di oggetti che potrebbero teoricamente servire in situazione di emergenza che hanno molti autistici (e con il numero e la varietà di situazioni di emergenza che un autistico può concepire), o comunque con il bisogno di possedere per ogni cosa che ci interessa l’attrezzatura completa definitiva e perfetta (Baden Powell a noi autistici non c’allaccia manco le scarpe), e poi il vuoto zen mal si concilia con il bisogno comunque di stimolazione visiva piacevole. Noi non vogliamo “zero stimolazione”, al contrario. La vogliamo ma piacevole. Proprio per il nostro forte orientamento sul canale visivo, abbiamo bisogno di vedere cose belle ed armoniose, non di non vedere niente. Le sensory room per autistici non sono vuote e prive di stimoli, contengono poche cose ma belle, gradevoli: luci colorate, oggetti con forme non aggressive, acquari, proiezioni di paesaggi piacevoli, suoni e consistenze interessanti. I colori spesso non sono chiari, il bianco puro può essere molto fastidioso per un autistico con ipersensibilità sensoriale, tanto è vero che l’Aspergirl ha voluto una stanza, lei sì, spoglia ed il più possibile sgombra, ma tutta in grigio scuro, per evitare il sovraccarico visivo e comunque con la sua libreria piena dei suoi oggetti preferiti. In un mondo proprio vuoto, con pochissimi stimoli, un autistico sta quasi altrettanto male che in un mondo disordinato. L’autistico ama la bellezza, la sua particolare forma di bellezza, ne ha bisogno. Quindi siamo alla ricerca continua di un equilibrio faticoso tra vita quotidiana e necessità del nostro cervello. Anche quando ci facciamo un tè.

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