Empatia grado infinito

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Quel simpaticone entusiasta di Simon Baron Cohen, che ogni tanto tira fuori una teoria sull’autismo che poi viene regolarmente smentita dopo aver fatto danni per qualche anno, ha scritto anni fa un libro intitolato “Zero gradi di empatia”*. In questo libro esaminava le psicopatologie la cui caratteristica è la mancanza di empatia, appunto, e metteva nel mucchio oltre a psicopatici e narcisisti anche gli autistici.
Ma grazie, Simon. Cosa t’eri calato, per dire una sciocchezza simile? Che adesso la vulgata diffusa in tutto l’orbe vede gli autistici come persone con gravi carenze di empatia, e già abbiamo problemi di socializzazione per conto nostro, così ce seghi proprio le gambe… dicendo una cosa tutto sommato falsa, oltretutto.

Perché uno dei problemi delle persone autistiche in generale è che non hanno empatia zero, hanno più spesso iper-empatia emotiva (che è diversa da quella cognitiva). Esatto, ne hanno più della media. Oh che bella cosa, penserete. Be’, insomma. Questo non ci rende pikkoli anceli carini e coccolosi, questo ci rende delle persone sull’orlo della crisi di nervi a volte. E’ come vivere senza pelle. Come essere delle spugne emotive. Assorbiamo l’emozione altrui, soprattutto quelle dolorose, tossiche e negative (grazie, amigdala cara). Io ho una grande difficoltà a stare nella stessa stanza con una persona che sta dando in escandescenze, o sta piangendo. Percepisco la sua emozione come se mi stesse vomitando addosso dolore. Sono anche ipersensibile al tono della voce delle persone. Se una persona si rivolge a me con un tono arrabbiato, o concitato, emotivamente sopra le righe… mi fa star male. Reagisco male, anche. La persona non capisce, di solito. Non le sembra di aver detto o fatto qualcosa di male, magari, mi dice, non ce l’ha con me. Ok, non ce l’hai con me, ma mi stai investendo di emozioni negative. Ed io le sento, non ho difese, sono come tossine emotive per il mio sistema. Non riesco a capire perché non possa contenere in sé le proprie emozioni senza spammarle addosso al prossimo. Considero la mancanza di autocontrollo emotivo una forma di maleducazione. Il galateo dovrebbe prevedere l’obbligo di non ruttare, non sputare, non buttare cartacce per terra e non rovesciare addosso al prossimo i propri problemi, ecchecavolo.

Avete presente quel fenomeno per cui quando si mettono due specchi uno di fronte all’altro, questi si rifletteranno a vicenda fino all’infinito? Ecco, è un’immagine che spiega cosa succede quando mettete una di fronte all’altra due persone autistiche ed una delle due è agitata, in crisi o va proprio in meltdown per motivi suoi. L’altra verrà destabilizzata almeno un po’ dall’aggressione di emozioni. Potrebbe manifestare irritazione, rabbia, frustrazione, tristezza. E a sua volta questo farà stare ancora peggio la prima. E così via. A volte, insomma, si finisce in un loop dove ci si rimpalla la sofferenza, la rabbia e il non riuscire a uscirne. Finisce solo quando si è esausti, o qualcosa interrompe il circolo vizioso. E in questa casa di persone autistiche ce ne sono tre.

Io ho dovuto mettere insieme risorse enormi di autocontrollo, per riuscire ad aiutare i miei figli quando hanno le loro crisi comportamentali o meltdown. Tecnicamente sono la persona più adatta per farlo: sono la madre e li conosco come nessun altro, sono autistica e li capisco molto bene. Oltre a questo, semplicemente non c’è nessun altro a farlo di solito, quindi so’ cavoli miei il 99% delle volte e pace. Lo faccio, lo faccio molto bene di solito. Però questo avviene a un prezzo molto alto per me, proprio perché sono autistica. Prezzo emotivo e poi fisico. Il particolare tono stridulo di voce che assumono i bambini quando sono in crisi, la lamentosità, il volume della voce, sono cose che mi entrano nella testa come un trapano. In situazioni del genere, un autistico di solito si copre le orecchie, e se può scappa proprio. Io non posso, ovvio. Faccio appello all’autocontrollo e tengo a bada Erode, mentre cerco le soluzioni per far finire prima possibile la crisi. Se l’autocontrollo mostra le crepe il mio stress in queste situazione diventa visibile e allarma ancora di più i miei figli, li fa stare male perché sono spugnette emotive anche loro. Diventa un loop, appunto. Dovrei mantenermi in buona salute e con scorte di energia per fronteggiare tutte le situazioni, e non sempre ci riesco. Non c’ho più vent’anni, e ho pure qualche acciacco. Allora può succedere che alla fine abbia un meltdown anche io. Oppure che vada in shutdown, non vorrei parlare, non vorrei nemmeno muovermi, non ce la faccio a sopportare oltre, ho bisogno di buio silenzio e sonno, insomma non sono certo di grande aiuto. Mentre lo faccio, il senso di colpa verso di loro e di fallimento sono forti, anche se razionalmente so che sono situazioni in cui la maggior parte delle persone non reggerebbero manco la metà di quanto reggo io. Alla fine ce la facciamo, ne usciamo in qualche modo, con qualche aiuto, con qualche ammaccatura dell’anima, ma non è una bella situazione, e vorrei tanto avere uno o due cloni a disposizione, uno per occuparsi del bucato, l’altro per assorbire gli tsunami emotivi che mi toccano. E io intanto sferruzzo e mangio cioccolata per riprendermi, ed essere la madre carina e coccolosa che serve ai miei figli.

Quindi Simon caro, se vuoi farti perdonare le stronzate che hai scritto sull’empatia zero degli autistici, vieni a farti un giro qui con i miei figli quando c’hanno la luna storta, mentre io ripiglio fiato. Poi me racconti.

*che poi in italiano è stato tradotto come “La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà”. Wow, Simon, ti assumiamo come PR del mondo autistico, davvero. Quanto vuoi per tacere?

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