Le parole sono importanti…

compito

Mi è capitata sott’occhio questa vignetta su Facebook, per la millesima volta, e come sempre mi ha strappato un sorriso. E’ vero, è una vignetta, deve far sorridere, gioca sull’assurdità della risposta per riuscirci, ma… per molti autistici, in realtà, potrebbe anche essere vita vissuta.

Si dice che gli autistici in generale abbiano una comprensione letterale del linguaggio. Questo significa prendere alla lettera quel che viene detto, senza riconoscere o tener conto di cose come la mimica, il tono della voce, il contesto, e quella selva oscura di regole sottintese e che “ma lo sanno tutti” che costituisce il non verbale del linguaggio umano. Può succedere di non capire una battuta che vorrebbe essere ironica, di non cogliere che l’altro sta scherzando, di spaventarsi perché usa un’iperbole tipo “adesso spacco tutto” per dire che è esasperato, di visualizzare cose strane nella testa per cercare di spiegarsi quella che in realtà è una metafora e via dicendo. E poi può capitare la versione real life di quanto illustrato qui sopra, cioè di non essere in grado di svolgere un compito a scuola perché le istruzioni in realtà non sono chiare e non fraintendibili. E invece che un sorriso come la vignetta, scatenano incomprensione, frustrazione, rifiuto, senso di fallimento, quaderno che vola, ragazzino bollato come oppositivo. E magari sarebbe collaborante, se solo riuscisse a capire cosa si vuole da lui o lei.

Recentemente ad un corso una docente voleva spiegarci il concetto di “costanza delle caratteristiche dell’oggetto”. E’ una funzione cognitiva che in pratica significa essere in grado di capire che un oggetto è sempre lo stesso anche se cambia qualcosa, ad esempio la sua posizione, orientamento etc. In questo caso, l’insegnante aveva in mano un pezzetto di policarbonato rosso di forma quadrata, la mostrava a vari studenti inclinandolo ogni volta in modo diverso e chiedendo: cos’è questo? E tutti rispondevano a turno unanimi: è un quadrato!

Ecco, io invece avrei istintivamente risposto: è un pezzo di policarbonato! mandando un po’ a ramengo le sue assunzioni sulla costanza delle caratteristiche dell’oggetto. Per fortuna non ha chiesto a me.
Ma lì ho capito una cosa: che le parole sono importanti, e non solo per Nanni Moretti. E se da un lato ci siamo noi autistici con la nostra comprensione letterale, dall’altro ci sono i neurotipici con la loro vaghezza di spiegazioni e definizioni. Vaghezza che loro superano alla grande con la conoscenza del non detto, del sottinteso, la comprensione del contesto, e per gli autistici invece è più ostica.
Qual è il motivo per cui io avrei risposto “policarbonato” invece che “quadrato”? Che sono scema e non vedo che quello è un quadrato? No, il motivo è che la docente non chiedeva “che forma è?”, ma “che cos’è?”. E la risposta a “cos’è?” era “un pezzo di policarbonato”. Cioè, detta soavemente alla Sheldon Cooper, l’unica a dare la risposta corretta lì sarei stata io. La risposta corretta, ma non quella che voleva la docente. Gli altri rispondevano alla docente, io alla domanda. Loro capivano contesto e docente, io andavo dietro alla domanda e ai dati. Insomma, la risposta corretta non sempre è quella giusta, a scuola.

E qui siamo arrivati al punto che mi interessava: a scuola spesso i ragazzi autistici non riescono a fare determinati compiti non perché non hanno le capacità per farli, e nemmeno perché non vogliono, ma perché il compito è formulato “male” per loro, in modo approssimativo e vago, o non costante. Perché non capiscono dalla domanda cosa voglia da loro l’insegnante. Non è solo un problema di vaghezza o mancanza di informazioni, magari una volta le cose vengono chieste in un modo, una volta nell’altro, ma alla fine in realtà sono la stessa cosa e sarebbe corretto usare la stessa formula quindi.

Io detesto la matematica ma adoro le definizioni matematiche. Non c’è niente di superfluo, non c’è niente di vago o indefinito. Una volta enunciata correttamente la definizione, essa contiene tutto quello che è necessario per capire. Non si potrebbe e non si dovrebbe dire in modo diverso. Sono sopravvissuta ad un liceo scientifico pur non capendo nel profondo i concetti matematici perché imparavo bene le definizioni, e con quelle andavo avanti. Le definizioni del mio libro erano scritte sempre seguendo lo stesso schema, con lo stesso linguaggio. Idem per le richieste degli esercizi. Adesso invece ho visto che anche nei libri di matematica per “interessare lo studente”, per “non farlo annoiare”, per “stimolarlo”, usa scrivere le cose una volta in un modo, una volta in un altro. O forse mettono insieme pezzi di altri libri, che ne so. So solo che mio figlio vede certe pagine e je parte la crisi di nervi in 30 secondi netti. Lasciamo perdere quando si tratta di altre materie, i libri e le richieste scolastiche all’occhio autistico grondano approssimazione, vaghezza e sintesi eccessiva. Forse si fa per aiutare lo studente generico, dandogli più ampio margine di manovra, ma non aiuta affatto quello autistico, per il quale precisione di linguaggio e informazioni chiare e non fraintendibili sono tutto. Non dirmi, ad esempio, “parla della vita del Manzoni”, perché io quanto misurasse la circonferenza all’altezza dell’ombelico del Don Lisander non lo so e non me ne frega niente, e in seconda battuta hai idea di quanto sia vissuto e quindi quanto dovrei raccontarti in teoria? Perché io cercherò, da brava autistica, di dirti *tutto*, visto che mi hai chiesto genericamente “la vita”. Ce famo notte, ed io sclero molto prima per l’ansia di non farcela. Facciamo che mi chiedi di raccontarti in che periodo era nato, dove era vissuto, chi erano i genitori, cosa faceva da bambino, dove aveva studiato etc. Fammi le domande giuste, insomma, chiedimi proprio quello che vuoi sapere. E prima di chiedermelo chiediti: detto così, si capisce davvero al di là di ogni ragionevole dubbio cosa sto chiedendo? Thanks.

4 pensieri riguardo “Le parole sono importanti…

  1. Grazie per la testimonianza preziosa. Sono la mamma di un ragazzo Asperger di 15 anni, ad alto funzionamento e questo articolo mi ha aiutato a capire molte delle nostre incomprensioni nel momento del sostegno allo studio…. dove tremendamente scoppiano risse …. e aimeh …. mi sento assolutamente inadeguata.

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    1. E’ la storia di un po’ tutti noi, credo. Mi sono sentita inadeguata spesso, quando si trattava di sostegno allo studio, pur essendo simile per molti versi a mio figlio. Alla fine, studiare è una cosa che i figli fanno meglio con altri, non con i genitori. Indipendentemente dal fatto di essere Asperger o no. Ho delegato con sollievo buona parte della cosa, alla fine. Ho imparato dai miei errori ed ho anche un po’ studiato come fare. Adesso faccio poco ma quel poco almeno non è così frustrante per nessuno dei due.

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