L’elogio dell’esattezza

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Il quel meraviglioso dono postumo che sono le Lezioni Americane di Calvino, la terza è dedicata all’esattezza. E per l’esattezza, Calvino la annuncia e definisce così:

Esattezza per me vuol dire soprattutto tre cose: un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato, l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili e un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Vi ricorda qualcosa? A me sì :-)))))

Sorvoliamo sul disegno dell’opera ben definito, e sull’evocazione d’immagini visuali nitide ed incisive, che sono concetti, soprattutto il secondo, che sembrano cuciti addosso all’Asperger come il vestito (comodo) della festa. Il terzo aspetto dell’esattezza calviniana è quello che mi affascina di più.

Il fatto è che spesso nelle descrizioni cliniche dell’Asperger troverete descritta come caratteristica la pedanteria. E vi diranno che i bambini Asperger parlano come dei piccoli professori, con un linguaggio eccessivamente forbito per la loro età, che utilizzano vocaboli pedanti. Anche Lorna Wing, a cui dobbiamo la comprensione e la definizione in età moderna della sindrome di Asperger, nel suo articolo ne parla così: “il contenuto dell’eloquio è anormale, tendente alla pedanteria e spesso consistente in lunghe disquisizioni sugli interessi preferiti. Talvolta una parola o una frase viene ripetuta ancora e ancora in modo stereotipato.”
E ancora “Tuttavia, per l’epoca in cui andava a scuola parlava con lunghe frasi pedanti e involute che suonavano come se fossero prese da un libro”.

Insomma, sono riusciti a trasformare anche l’esattezza, che è solo un altro nome dell’amore, in un difetto. Cheddupalle. E’ ora di dirlo, un po’ provocatoriamente: non siamo pedanti, noi autistici, non siamo rigidamente pignoli. Siamo esatti. Siamo innamorati dell’esattezza. Non è un limite. So’ quegli altri che sono sprecisi! Ed in particolare noi Asperger siamo spesso innamorati, fin da bambini, dell’esattezza del linguaggio.  Il nostro amore non è melenso, è un moto dell’animo affilato e preciso, attento. Non volendo fare nessun torto all’oggetto del nostro interesse, ci preme che le parole che utilizziamo siano quelle giuste per il concetto o la sfumatura che vogliamo esprimere. Un piccolo Aspie non usa parole che ai suoi coetanei sembrano difficili perché vuole fare il professorino, e nemmeno per pedanteria. Lo fa perché gli piacciono quelle parole. Perché è bello dire le cose usando i termini più corretti e adatti. Perché una parola nuova e con un suono inusuale magari è interessante come un gioco nuovo. Così interessante che vorrai anche ripeterla, magari, per sentirtela rotolare giù per la lingua e risuonare sui timpani. Perché usare una parola comune o imprecisa se ce ne sono di più esatte e interessanti? Perché usare il linguaggio in modo approssimativo e sbadato, per dirla con Calvino? Se a Michael Jordan piaceva andare a canestro con un gesto spettacolare e preciso (frutto tra l’altro di ore di allenamenti ripetitivi) e che gli piacesse ne sono sicura, perché a me non può piacere trovare e usare la parola o le parole che esprimono meglio, in maniera più vivida ed esatta, quello che voglio dire? Perché lui non è considerato pedante e io sì?

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