Semplice, e non facile

inclusione

L’inclusione è una parola che sentiamo spesso e da molto tempo, come famiglia alle prese con l’istruzione di due figli autistici, eppure è qualcosa che raramente si riesce davvero a raggiungere. Non per cattiva volontà, spesso più per incomprensione di cosa realmente comporti questa parola. Ne sentiamo parlare da anni, della scuola inclusiva, ma a volte questa inclusione ci è sembrata più una specie di carota appena a un filo davanti al nostro naso, usata per motivarci ad andare avanti, e che però non riusciamo mai a raggiungere…

L’inclusione è qualcosa che in realtà non si limita ad accogliere un “diverso” in qualche modo all’interno di un gruppo più grande. L’inclusione è una modalità di trasformazione: tutti ne usciranno cambiati e trasformati. Non esiste vera inclusione se tutti non si trasformano in qualche misura. Se si trasforma adattandosi solo colui che viene incluso, in realtà è altro, è integrazione di uno in un sistema che non cambia. Ma se il sistema accetta veramente un nuovo componente che è diverso in partenza, dovrà per forza almeno un po’ cambiare per dargli lo spazio di cui ha bisogno.

Questo è il senso della rivoluzionarietà, ed anche della fatica e della difficoltà dell’inclusione: che l’inclusione ribalta le prospettive, rimescola le carte in tavola, cambia i ruoli delle persone in modo inaspettato. Può spaventare, anche. Non è comoda, l’inclusione, richiede di mettersi in gioco e fare un viaggio, e capisco che non tutti siano attrezzati emotivamente e cognitivamente per questo, forse nemmeno lo ritengono giusto. Ma quando succede, può essere un viaggio che vale davvero la pena, per tutti.

Inclusione significa ad esempio che un ragazzino autistico con il sostegno a scuola può ritrovarsi a fare da tutor ai suoi compagni perché il suo talento è il disegno, ed ha qualcosa da dare ed insegnare, non è solo e sempre il recipiente dell’aiuto e della comprensione altrui. Significa che siccome come autistico la sua specialità è l’iper-empatia emotiva e il suo interesse il comportamento umano, sia lui quello che riesce a parlare e a dare una mano ad un compagno in grossa difficoltà con il difficile mestiere di adolescente. E così il ragazzino autistico può tornare a casa sentendosi capace, finalmente, di dare oltre che di ricevere. Si dissolvono i confini, non c’è più il disabile e l’abile, ci sono persone con talenti diversi, e bisogno uno dell’altro.

Dorothee Sölle ha scritto delle pagine magnifiche sul bisogno, dicendo in sostanza che il bisogno è una parte intrinseca e fondamentale della natura umana. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa e di qualcuno, non esiste essere umano che ne sia esente. Avere bisogno non è una condizione lamentevole e di cui vergognarsi o di cui cercare per forza di liberarsi, è comune a tutti, ci rende umani, è l’espediente della storia umana che ci avvicina e fa accadere cose. E come tutti abbiamo bisogno ciascuno nella sua misura, tutti possiamo anche dare, ciascuno nella propria misura e secondo i propri talenti, in una comunità inclusiva. Sta tutto qui. E’ semplice, e non facile.

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