Dateci tempo

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L’argomento di oggi è di scottante attualità, almeno a casa Aspie Airlines. E’ iniziato “quel” periodo dell’anno. Il periodo in cui la strada si fa ancora più in salita per i ragazzi. Siamo quasi a marzo, tra poco sarà primavera, gli alberi di mimosa stanno già fiorendo, gli uccellini cantano, mio marito ha iniziato a starnutire per l’allergia e noi invece non ce la facciamo più dalla stanchezza.

Ogni anno è così: si comincia pieni di buone intenzioni a settembre, si tiene duro a ottobre, un po’ di fiato corto a novembre, poi a dicembre le vacanze di natale, gennaio ripartiamo, sprint di fine quadrimestre, poi a febbraio si inizia a rallentare… a marzo, di solito, si crolla di stanchezza. Da marzo a giugno, è una lotta per riuscire ad arrivare in fondo all’anno scolastico senza fare troppe assenze, magari con la scuola che ti preme perché mandi il figliolo. Mi sono sentita persino dire, anni fa, “sa, sennò dobbiamo segnalare la cosa ai carabinieri”.

Come se fosse una scelta mia. Come se fosse una cosa che mi divertiva tenermeli a casa. Come se fosse possibile, oltretutto, prendere un ragazzino autistico sull’orlo del burnout, stanchissimo, magari in preda all’ansia, e portarlo a scuola magari a forza. C’avete mai provato, a proposito? Io sì, una volta ci ho provato, quando ancora non avevamo una diagnosi che ci facesse capire qualcosa e soprattutto ci proteggesse e la maestra mi dava più o meno apertamente della madre cogliona e priva di polso. Credo che il meltdown nei corridoi della scuola se lo ricordino ancora, il giorno dopo ci telefonarono dalla segreteria per chiederci di non farlo MAI PIU’, perché i bambini si erano tanto spaventati. E sai ‘osa, mio figlio invece s’è divertito un sacco!

Ma torniamo all’argomento: il burnout scolastico. Ci sono anche ragazzi autistici per cui andare a scuola tutti i giorni, per 5 o 6 ore almeno, per mesi di seguito, non rappresenta un grosso problema. Io lo facevo (e infatti, io ho avuto la diagnosi da adulta, solo dopo i miei figli). Ma ci sono altri ragazzi, quelli con maggiori difficoltà sensoriali, sociali, di funzioni esecutive e magari con comorbilità con condizioni come l’ansia oppure un DSA, per cui è faticosissimo. Molto più faticoso che per i loro compagni. La scuola, non lo ripeterò mai abbastanza, non è strutturata e concepita per i neurodiversi, che devono sempre fare, chi più chi meno, uno sforzo di adattamento. Sforzo, appunto. Che costa energia, e l’energia non è infinita. Soprattutto quando, essendo autistico e magari pure APC, ne devi impegnare già tanta per esistere con un cervello che va sempre a mille, ha una sensorialità accentuata etc etc.

Quindi cosa succede? Succede che è normale che ad un certo punto i miei figli comincino a non farcela più come prima. E non è un capriccio, e non sono viziati, e non sto esagerando. Se insistiamo, quello che ci aspetta è un bel burnout. Cioè che finiscono le risorse, fisiche ma soprattutto mentali, e non ce n’è più per nessuno. A quel punto diventa veramente difficile recuperare, è un vero e proprio esaurimento. Credetemi, succede veramente. Anche ai bambini di 8 anni, quelli che nessuno pensa che potrebbero andare soggetti a problemi di salute mentale. Soprattutto, succede agli autistici ad alto funzionamento, quelli che “ma non sembra autistico” secondo lo stereotipo corrente, perché “più sei ad alto funzionamento, più gli altri si aspettano da te, e più tu a tua volta pretendi da te stesso”. Ma il conto da pagare alla fine arriva. L’Asperboy in pratica non è più andato a scuola gli ultimi due mesi, in terza elementare. Attacchi di panico con cadenza settimanale, ansia tutti i giorni, ha vissuto settimane rifugiato dentro un sacco a pelo. Tutte le mattine dovevo contargli nel bicchiere le goccine che lo aiutavano a funzionare quel minimo, ed ogni goccia era un vaffanculo mio a quella scuola senza accoglienza e senza comprensione. A distanza di sei anni, se gli fate vedere qualcosa che gli ricordi quel periodo, inizia a sudare freddo, ma sul serio, e riparte l’attacco di panico. Non vogliamo mai più tornarci, in una situazione del genere.

Quindi ormai, con anni di esperienza, è una cosa che dico piuttosto chiaramente alle riunioni a scuola: la frequenza scolastica di un ragazzino autistico può non essere continua. Ed è così che funziona: non è patologico, è fisiologico, di una fisiologia diversa. Il mio obiettivo è arrivare a giugno tutti interi, è una gara di resistenza, non uno sprint, quindi devo pianificare la marcia e soprattutto le tappe di riposo. Orario ridotto, ça va sans dire. Ma soprattutto, giorni di recupero anche infrasettimanali, e ancora di più quando, come adesso, vedo che la stanchezza inizia a fare capolino. L’importante alla fine non è la frequenza continua. Pochi lo sanno, ma non c’è nemmeno un tetto di assenze da rispettare alle elementari, e con un valido motivo certificato si può andare oltre il tetto massimo anche alle medie e alle superiori. L’importante in realtà è che l’allievo sia valutabile, che faccia quel minimo di verifiche in modo che i professori riescano a dargli un voto. Se i professori capiscono e si attrezzano di conseguenza, si può fare.

A volte i ragazzi autistici non vogliono andare a scuola perché vengono bullizzati, non compresi, devono sopportare veramente troppo. Ma altre volte non è un problema psicologico, i miei ragazzi vorrebbero andare a scuola, soprattutto l’Asperboy. La scuola è un luogo dove ora si sentono compresi, dove stanno trovando il loro posto. La spiegazione è pura e semplice stanchezza. E la stanchezza è una bestia particolare: se hai fame puoi mangiare e in cinque minuti sei a posto, se hai sete puoi bere ed è facile come bere un bicchier d’acqua, appunto, se sei stanco… l’unica è riposare. E questo richiede tempo. Quindi alle nostre scuole noi chiediamo comprensione, e tempo (e per fortuna, le nostre scuole adesso capiscono!).

Un pensiero riguardo “Dateci tempo

  1. Se è vero che le nostre scuole adesso capiscono, io ne sono davvero, davvero felice; ai miei tempi le scuole non capivano, i genitori non capivano… e ovviamente nemmeno io capivo; io sapevo, ma non capivo. Ma adesso è diverso, adesso molte cose mi risultano chiarissime. Però adesso ho 45 anni e ancora pochi mi pare capiscano. Forse perché se ne parla troppo poco, o forse perché ne parla solo chi l’autismo lo vive da vicino o in prima persona.E comunque è sempre meglio che doverlo o volerlo tenere nascosto.

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