Bringing up Baby

(Katharine Hepburn in Bringin up Baby)

C’è un bell’articolo che parla di 2E, doppia eccezionalità, cioè essere contemporaneamente (ad esempio ma non solo) autistico e APC (alto potenziale cognitivo), e utilizza la metafora del ghepardo per spiegarla. Bella metafora perché esprime bene il contrasto tra la meravigliosa velocità del ghepardo in corsa, una macchina osteomuscolare fatta per la velocità, e la sua goffaggine quando deve muoversi “come tutti gli altri”, camminando. Ma secondo voi, com’è allevare un ghepardo in casa? Cosa si insegna a un ghepardo in casa? Secondo me di base si insegna più o meno la stessa cosa che si insegnerebbe a un gatto: a non sbranare i divani. Perché gatto o ghepardo, sempre nella stessa casa siamo. Non nella savana.

Ecco, tirar su due piccoli Asperger APC è la stessa cosa: di base, li devi educare, esattamente come qualsiasi altro bambino. Lo dico perché mi capita spesso su gruppi dedicati di leggere post in cui genitori con ottime intenzioni si chiedono come stimolare ancora di più le meravigliose doti intellettuali della figliolanza così geniale e così diversa dal resto dei mortali, come se il punto quando hai un figlio così fosse solo quello. Molto meno, quasi per nulla, mi capita di trovare post in cui i genitori si chiedono come rendere la figliolanza magari ugualmente geniale ma anche un po’ meno forastica e rompicojoni. Perché diciamocelo, spesso lo sono, e in realtà IMHO un punto importante anche nell’alto potenziale cognitivo soprattutto se associato all’autismo è proprio questo: coltivare le doti umano-emotive. Perché sono quelle più zoppicanti e che rischiano di tagliar le gambe a tutto il resto.

Doti umano-emotive significa un sacco di cose, me ne rendo conto. Provo a elencarne qualcuna:
– la capacità di autocontrollo
– la capacità di riconoscere le proprie emozioni, che in realtà è il prerequisito del punto 1, e di un sacco di altri punti
– la capacità di capire il punto di vista dell’altro, anzi di capire proprio che esiste pure un punto di vista dell’altro, e poi che ha tutto il diritto di esistere e non c’è solo il nostro
– la flessibilità cognitiva, capire che non può sempre andare tutto come avevi pianificato o volevi che andasse o pensi che sia meglio, e l’universo non finisce per questo
– la capacità di comunicare efficacemente invece che presumere che l’altro abbia la palla di vetro

Il cervello di vostro figlio è un motore a millemila cavalli, non si discute, ma se la struttura dell’auto che lo racchiude non è altrettanto ben funzionante, se i freni non sono sufficienti, le sospensioni idem, e il cambio è andato… si rischia di andare a sbattere contro parecchi muri. E’ vitale occuparsi di quel che c’è oltre all’intelligenza pura.

Insomma, lasciate che ve lo dica come l’Aspie che sono: la condizione di 2E non è un meraviglioso fiocco di neve da guardare estasiati. Ok, c’avete il figlio tanto intelligente, e quindi? Qui siamo in tre ad essere 2E, e nessuno di noi la caga profumata per questo, anzi cerchiamo di guardare alla cosa con autoironico disincanto. Io so benissimo che là fuori i nostri figli sono in larga parte incompresi nel loro funzionamento, soprattutto a scuola, ma non sempre, non in tutto. A volte, un fondo di verità scomodo c’è nelle osservazioni che i professori fanno: questi ragazzini non sanno stare bene al mondo, e in fondo se lo sapessero fare non avrebbero avuto problemi, per cui non li avreste portati a vedere da un npi e non avreste in mano un pezzo di carta con su scritto che sono autistici.
Che poi siamo tutti d’accordo che l’autismo non è una malattia, è una condizione, una neurodiversità, che è possibile anzi doveroso leggere le sue caratteristiche non in termini di tuttomale tuttodeficit, ma anzi di potenzialità e caratteristiche preziose per l’umanità etc etc etc. Occhei. Ma non restate troppo in ammirazione della fantastica autisticità di vostro figlio, è tutt’altro che perfetta e c’è un sacco di lavoro da farci. E non si farà da solo. Perché la caratteristica della componente emotiva, a differenza di quella cognitiva, è che ha bisogno di lavoro esplicito e dedicato. Un ragazzino APC spesso si istruisce quasi da solo, si trova libri, si guarda documentari… ma non si educa da solo. Quello può succedere solo se qualcuno ci lavora su con lui. Un po’ meno corsi pomeridiani di sanscrito e arpa celtica, e un po’ più educazione cognitivo-affettiva, magari. Fateve coraggio: volevate un gatto, v’è toccato il ghepardo.

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