Alta cucina nello spettro

In un post precedente accennavo al fatto che molti autistici (dal 30 al 70% secondo studi diversi) rientrano anche nel profilo dell’ADHD, cioè la sindrome da iperattività e deficit di attenzione.
A loro volta, molti ADHD (da 20 al 50%) rientrano anche nello spettro autistico, cioè presentano tratti autistici sufficienti per una diagnosi anche di autismo.

Quel che accade è che molte persone, soprattutto genitori di bambini con diagnosi di entrambe, e magari pure di APC, cioè alto potenziale cognitivo, iniziano a chiedersi cosa sia ADHD e cosa sia autismo nei loro figli. Ed è una domanda legittima e naturale, ma la risposta non è così semplice.

Perché è un po’ come in uno di quegli show di cucina: il cuoco ha davanti a sé una serie di contenitori con i vari ingredienti già pesati e misurati, uova, cacao, farina etc.
Poi inizia a cucinare, li mescola, questi interagiscono tra loro, avvengono una serie di reazioni e trasformazioni fisico-chimiche e voilà, ecco apparire un bel dolce.

Ecco, vostro figlio è quel dolce, non è gli ingredienti ciascuno nella sua ciotola. In quel dolce, gli ingredienti ormai hanno interagito, si sono trasformati in qualcos’altro che non è la somma degli ingredienti, è qualcosa di diverso e di più. E l’aroma di vaniglia magari esalta quello del cacao. E anche se capite benissimo che per esempio in quella torta c’è un bel po’ di cacao, non sarete mai in grado di dire dove finisce il cacao e inizia la farina, o di tirar fuori il cacao dalla torta. Ma avete una bella torta al cacao, che non è niente male!

Supponiamo che l’autismo sia il cacao e l’ADHD sia la vaniglia. Potreste fare una torta alla vaniglia, potreste farla al cacao, potreste farla vaniglia e cacao. Potreste farla con un sacco di cacao e una spolverata di vaniglia, che si sente poco, potreste metterci poco cacao e tanta vaniglia, potreste bilanciarli. Dipende dai gusti, se si tratta di torte, o dal lancio di dadi genetico nel caso dei figli.

In realtà, quelle che noi usiamo come etichette diagnostiche, e in generale quello che trovate nei manuali diagnostici, non sono la realtà. Sono un tentativo, via via sempre più consapevole e raffinato, di crearsi una griglia, uno schema che permetta di organizzare la realtà a scopo di comprensione ma soprattutto di intervento. E’ una mappa, ma la mappa non è il territorio, e dello stesso territorio puoi fare più mappe, secondo criteri diversi. Tanto è vero che periodicamente questa griglia organizzativa della realtà, questa specie di mappa, di classificazione della realtà, viene rivista e modificata. Un po’ come voi quando fate il cambio armadi, un paio di volte l’anno, e se gli anni scorsi avevate sempre messo i maglioni a destra con i pantaloni jeans, perché li usavate assieme, e i vestiti e le magliette a sinistra, adesso vi rendete conto che ha più senso riporre maglioni e vestiti assieme, etichettandoli come “abiti di lana”, e i jeans a sinistra con le magliette perché sono tutte “cose di cotone”. Così sapete dove mettere la naftalina senza sprechi.

Una griglia è migliore rispetto a un’altra precedente se ti permette di comprendere meglio la realtà nella sua complessità, e di intervenirci in modo efficace per migliorare le cose. Anche per questo motivo, mentre prima nel DSM si classificavano le condizioni secondo un criterio più categoriale, per cui ad esempio non si poteva fare diagnosi di due cose diverse nella stessa persona, o avevi una o avevi l’altra, tutto bello ordinato, adesso si utilizza un approccio di tipo dimensionale, più complesso di certo, ma più aderente al vero. In un certo senso, è come passare da una visione in 2D, piatta, ad una in 3D, che rende molto meglio l’idea di come si organizza la realtà della mente umana.

Oggi si parla di spettro autistico, e si inizia a parlare di spettro dell’ADHD, insomma il concetto di spettro è sempre più utilizzato. Perché permette di superare la dicotomia piuttosto limitata tra “tipico” e “atipico”, introducendo l’idea che ci siano infinite possibili posizioni rispetto a quella diagnosi. O anche rispetto a quella data caratteristica (pensiamo solo alla sensorialità, che è un mondo). In realtà, però, dovremmo pensare allo spettro non come si fa di solito, cioè come la rappresentazione classica dello spettro della luce visibile, che è l’esempio classico che si usa per l’autismo, tanto è vero che lo spettro colorato è diventato uno dei simboli dell’autismo.


In realtà quella rappresentazione bidimensionale dovremmo immaginarcela come uno spazio tridimensionale. Non per niente nei programmi di grafica prima scegliete il colore sullo spettro, ma poi scegliete anche saturazione e intensità di quello stesso colore. Non siamo, noi come persone, un punto su una linea e nemmeno una linea su un piano, siamo una specie di “bolla” che esiste nello spazio dove si combinano gli ingredienti della torta. Siamo tante bolle diverse, ognuna fatta con proporzioni di ingredienti diversi, e magari presentiamo un aspetto diverso a seconda da che prospettiva veniamo guardati.

Quindi posso essere una persona con caratteristiche autistiche e ADHD e magari pure APC, ma non sono la somma algebrica di questi ingredienti, e questi ingredienti non esistono dentro di me come separati e separabili, come se fossero la lista che precede la spiegazione di una ricetta. Ormai si sono combinati e io sono la torta. Per comodità e chiarezza quando si fa la diagnosi si scriverà la lista degli ingredienti, e magari le quantità, in modo che si sappia con cosa si ha a che fare, ma bisogna ricordarsi sempre che abbiamo a che fare con torte, non con uova cacao farina etc.

In realtà sapere se un certo comportamento è di tipo ADHD o autistico serve soprattutto per fare una diagnosi differenziale, cioè per evitare di fare diagnosi sbagliata. Ad esempio, io in un test per rilevare l’ADHD nell’adulto in teoria farei un punteggio non basso, se si fa in modo frettoloso. Questo perché alcuni comportamenti possono comparire sia nell’ADHD che nell’APC o nell’autismo. Quello che aiuta a capire di cosa si tratti è andare a vedere il meccanismo per cui si fanno quelle determinate cose. Per esempio, durante le lezioni faccio fatica a rimanere sempre attenta e dopo un po’ disegno o sono irrequieta e vorrei alzarmi e andarmene. Sono ADHD o no? In realtà, io vorrei alzarmi e andarmene perché le cose le capisco molto rapidamente rispetto agli altri o le so già, quindi mi annoio molto. Se l’argomento mi interessa e il prof spiega bene e senza ripetere tante volte le stesse cose, non ho traccia di noia o irrequietezza. Quindi più che ADHD è un comportamento che deriva dall’APC. Oppure: ho problemi di socializzazione e tendo a isolarmi. Ma accade perché fatico a capire le dinamiche sociali e dico le cose sbagliate al momento sbagliato, come è più tipico degli Asperger, oppure perché sono impulsiva e mi parte la brocca facilmente e quindi i miei scatti d’ira allontanano il prossimo, come capita più agli ADHD? Insomma, non ci si può fermare alla superficie di un comportamento o di un sintomo, bisogna capire il meccanismo sottostante.

In definitiva, nessuno di noi è la somma dei suoi componenti. Siamo il risultato della loro interazione, che crea diversi fenotipi, e non esistono persone o torte che sono cacao da qui a lì e vaniglia da lì a laggiù. Esistono fenotipi, persone, o torte, di vario tipo, di cui riconosciamo a grandi linee gli ingredienti comuni ma che poi dobbiamo considerare nel loro insieme. E apprezzare come si apprezza ogni buona torta.

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