Famo a capisse

Ole Ivar Lovaas, lo psicologo, non lo scaffale Ikea, è stato un uomo apprezzato e vituperato tanto in vita che dopo.

Per molti è quello che “addestrava i bambini come si fa coi cani”, oppure “dava la scossa ai bambini autistici” e cose così. Per altri quello che ha “creato” un metodo salvifico per gli autistici e le loro famiglie. E io non intendo discutere di questo, sennò ce famo notte.

Un merito però va riconosciuto in ogni caso a Lovaas, e cioè che con i suoi studi ha dimostrato negli anni 80 quello che fino ad allora nessuno credeva davvero: che gli autistici sono educabili.

Prima di allora, se ti nasceva un figlio autistico, il medico ti diceva che gli dispiaceva tanto ma era meglio che tu lo mettessi in un istituto e te ne scordassi, tanto potevi avere altri figli (e per fortuna non tutte le famiglie accettavano questo tipo di uscita disumana). Quei bambini erano visti come cause perse in partenza.

Lovaas e colleghi dimostrarono che i bambini autistici, con una metodica di insegnamento chiamata ABA, potevano imparare abilità utili, linguaggio, potevano in certi casi anche frequentare le stesse scuole dei coetanei, invece che finire in un istituto o una scuola speciale.

Quindi, bene che si sia capito che per gli autistici, anche quelli più gravi, era ed è possibile fare qualcosa, insegnare le abilità necessarie per la vita, e spesso anche dar loro una buona istruzione.

Da lì però c’è stata una strana deriva, per cui gli interventi di educazione, di insegnamento per i bambini autistici hanno iniziato ad essere considerati terapia. Il perché è comprensibile: si pensava che l’autismo fosse una malattia, gli unici autistici riconosciuti tali all’epoca erano quelli con un funzionamento molto difficile, quindi era naturale che i genitori cercassero o sperassero in un metodo, una cura, quindi una terapia. Ancora oggi è così, lo vediamo ogni giorno sui gruppi di genitori.

Oggi però consideriamo l’autismo una neurodiversità, non una patologia. Che può accompagnarsi a patologie, o a problematiche come la disabilità cognitiva o i disturbi del linguaggio. Ma l’autismo in sé non è una patologia, è un modo di essere diversi, quindi non richiede una cura, una terapia. Richiede però come ai tempi di Lovaas, un’educazione. Come per tutti.

E cosa insegni, o cerchi di insegnare, a un autistico? Le stesse cose che insegni a un bambino tipico. E’ semplice come per un bambino tipico? No, di solito è più difficile, anche molto più difficile, a volte è impossibile. Si fa allo stesso modo? No, di solito no, bisogna utilizzare metodi specifici, diversi, d’altra parte sono bambini diversi. E questo significa persone preparate e formate in modo specifico per fare educazione a quei bambini.

Il fatto che si usino metodi diversi e sia più complicato lo rende una terapia? No, perché non lo stai curando, sempre autistico resta, ma diventa un autistico più funzionale. Anzi, una persona più funzionale. E’ come per tutti gli altri bambini: lo educhi a diventare un membro il più possibile funzionale della società. Perché è un bambino come tutti gli altri, appunto, non un alieno. Un bambino con molte più difficoltà degli altri, certo, ma resta un bambino. Diverso, non malato.

Quindi perché dobbiamo continuare a chiamarle terapie, quelle che spesso paghiamo a caro prezzo per i nostri figli? Perché così ce le fanno cascare dall’alto? Perché così a scuola possono dirci “a scuola non si fa terapia, si insegna” e così possono rifiutare di far entrare la BCBA o gli operatori ABA che seguono il bambino, per spiegare alle maestre come gestirlo e magari programmare insieme un intervento? Perché così ci tocca organizzarci i nostri campi estivi e i nostri corsi per i nostri figli, perché altrove non fanno “terapia”, non è compito loro, e quindi di educazione e gestione di un autistico non sentono il dovere di sapere nulla? Perché così facciamo pure fatica a far inserire il minimo sindacale di assistenza nei LEA, e spesso rimane una beffa perché non viene fatto?

Perché non può essere considerato una forma di educazione, che lo Stato deve riconoscere a tutti i bambini nella misura e nei modi che sono necessari a quei bambini? In Italia l’istruzione è un diritto e un dovere molto più esteso del diritto alle cure adeguate, mi pare. Nessuno discute che le scuole debbano esistere per tutti, a tempo pieno anche, mentre dalle Asl se va bene ci tocca qualche stitica ora di psicomotricità e logopedia bona per tutti, e andate in pace.

Non è solo cambiare un nome con un altro, è proprio cambiare il modo di concepire questa cosa, vederla sotto un’altra luce.

Alla fine trovo paradossalmente più sensato il sistema estero, delle scuole speciali che da noi hanno abolito in nome dell’inclusione, perché nelle scuole speciali i bambini ricevono educazione, istruzione, imparano cose come andare in bagno, scrivere, parlare, aspettare il loro turno, alzare la mano, mettere a posto, usare le posate etc etc etc. come tutti gli altri bambini. E continuano a chiamarla scuola.

L’ho fatto un po’ più corto, spero di averlo fatto anche un po’ più chiaro. Quindi si arriva in fondo bene, e se mi volete fare obiezioni potete farmele su quel che ho scritto davvero*, e quelle sono benvenute.

  • sì, lo so benissimo che ci sono anche quelli che mi hanno letta e contestata nel merito 😀

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