Qui e ora

L’espressione “essere qui e ora” viene intesa di solito come essere al massimo dell’immediatezza, della concretezza e presenza: essere in quel luogo e in quel momento.

In realtà, qui e ora sono concetti astratti, e non è detto che una persona abbia il concetto, appunto, di essere qui e ora. O di essere stato ieri lì e allora. O che domani sarà là e in quel momento. I concetti di spazio e di tempo richiedono un notevole livello di astrazione, quello di tempo anche più di quello di spazio. Ci vuole una notevole infrastruttura mentale per organizzare i concetti di tempo, e di spazio. 

Io so di avere un’ottima infrastruttura per il concetto di spazio, e questo mi permette di orientarmi molto bene e trovare la strada, riesco persino a orientarmi in luoghi dove non sono mai stata prima, una sorta di senso senso per cui so qual è la svolta giusta. Penso di essermela coltivata nei lunghi viaggi in camper con il resto della mia famiglia, da ragazzina, quando davo il cambio a mia madre e facevo da navigatrice per mio padre. All’epoca non esisteva il TomTom o Google Maps, esistevano solo i mitici Atlanti del Touring Club. Quindi mappa in mano, seduta accanto al guidatore con la strada davanti, io dovevo capire dove eravamo sulla mappa da quel che vedevo, e poi descrivere e anticipare a mio padre dove avrebbe dovuto girare. E dovevo farlo possibilmente sapendo leggere una mappa anche capovolta rispetto al senso di marcia, facendo quindi l’operazione mentale di invertire tutte le indicazioni, destra sinistra, avanti indietro. E questo per una persona che non ha automatizzato il senso della lateralizzazione, cioè che confonde destra e sinistra e deve pensarci un attimo, per ricordarsi che “questo è il lato della mano con cui scrivo, sono mancina quindi è sinistra, e quindi l’altro lato deve essere per forza destra” non è facilissimo. Ma l’ho fatto, per anni, e oggi sono meglio di Google Maps. Qualcosa di acquisito ma che ormai è abbastanza automatizzato. 

Con il tempo è tutta un’altra storia invece. E questo mi fa pensare che tempo e spazio non siano poi così simili e collegati, mentalmente. 

Come ho raccontato in un altro articolo, io come molte altre persone autistiche non ho un senso della sequenza temporale degli eventi, di una struttura lineare del tempo insomma. Il passato per me è un blob di eventi, non è una linea, è un territorio tutto attorno a me. Come faccio a ricordarmi le cose? Ho elaborato un mio metodo per supplire, che in parte deriva dal mio ottimo senso di orientamento spaziale: uso dei punti di riferimento. Ho dei punti di riferimento, tipo torri che si ergono su un territorio e riesci a vedere dovunque tu sia, delle date che conosco, come per lo spazio  penso alla mano con cui scrivo per sapere quale lato è la sinistra. E poi uso la memoria visiva.

Per esempio, ho dovuto spiegare a un medico quando una persona della mia famiglia si era ammalata. Per me si era ammalata “un bel po’ di tempo fa”, ma ovviamente il medico ci fa poco con questo dato. Così ho utilizzato la mia memoria visiva, visualizzando il ricordo di quando avevamo accompagnato per la prima volta questa persona al pronto soccorso, e da lì era partita la diagnosi. Mi vedo in piedi nella sala d’aspetto, accanto a mio marito, e in braccio ho mio figlio. Ecco, allora è successo dopo il 2004, perché mio figlio è nato a luglio del 2004, è una delle mie date-torre. Guardo il bambino che tengo in braccio: non è un neonato, è un bambino piccolo ma che già cammina, ha più di un anno direi, ma meno di tre, quindi deve essere stato nel 2006. Guardo come siamo vestiti, non sono vestiti estivi, sembrano più pesanti, ma non fa freddissimo nel ricordo. Decido che deve essere stato nell’autunno del 2006. E infatti, rivedendo poi le cartelle, scoprirò che è stato così. 

E’ chiaro che orientarsi così non è facilissimo, e soprattutto è poco pratico per programmare il futuro. Non è un caso se si dice che chi non ha passato non ha nemmeno futuro… Quindi per quello mi sono attrezzata di planner agente e liste varie, e insisto moltissimo sul fatto di scrivere gli eventi salienti di ogni settimana in modo da avere, anche lì, dei punti di riferimento, le mie torri.
Se ci pensate, non avere un senso chiaro del tempo in sequenza è anche uno dei motivi per cui molti autistici reagiscono male alla prospettiva del cambiamento, perché è difficile gestire qualcosa che si esprime su una dimensione, il tempo, con cui non hai dimestichezza. Cambia il programma di domani, o delle prossime due ore. Domani quando è? Due ore quanto sono? Prima ancora che il concetto di cambiamento, ti mette già in allarme la dimensione temporale, che è estranea e poco comprensibile.
E poi c’è l’attesa, che diventa un deserto dei Tartari se non hai un senso chiaro del tempo in sequenza e della durata. L’Aspiebaby ha sempre avuto difficoltà con la dimensione temporale. Se siamo in attesa per qualcosa, il fatto di non riuscire proprio a quantificare, a farsi un’idea di quanto tempo passeremo un questa attesa (non tanto perché io non glie lo dico, posso anche dire “aspettiamo una mezz’ora” o “ci vorrà qualche giorno”, ma non ha il senso chiaro di quanto sia mezz’ora, di quanto sia qualche giorno) produce disagio e agitazione che gli altri non riescono a capire. Quindi per dire quando avverrà una cosa, io spiego sempre in modo esplicito aiutandomi con le dita di una mano: “oggi è lunedì, domani è martedì, poi mercoledì e giovedì. Giovedì arriva il pacco che stai aspettando”. Ecco, così riesce a visualizzare meglio. Ho notato poi che anche l*i ha iniziato a cercare le sue “torri” sul territorio: se sa che andremo in auto in un posto, mi chiede “ci vuole più o meno che ad andare a Roma?”, perché ormai dopo anni di viaggi ha un’idea più o meno, una sensazione di quanto ci voglia per arrivare a Roma in auto (cioè troppo per i suoi gusti). E la flessibilità cognitiva dell’Asperboy a fronte di imprevisti e cambiamenti ha iniziato a svilupparsi quando ha iniziato ad avere un migliore orientamento nel tempo e nello spazio. 

Poi esiste la componente emotiva del ricordo, che scombina ulteriormente la percezione del tempo e della sua sequenza. Nel suo libro Paula, Isabel Allende racconta brevemente la storia dei genitori del marito di Paula. Di origini spagnole, sfuggiti al regime, naufragati e approdati fortunosamente su una spiaggia, si perdono di vista per settimane. Alla fine il marito ritrova la moglie, dopo estenuanti ricerche, ricoverata e quasi priva di memoria. La riconosce, si ritrovano, e assieme iniziano una vita nel nuovo paese. Lei recupera la memoria, ma in modo bizzarro, dice la Allende, e quasi come se fosse una scelta: dimentica le cose brutte del passato, e guarda solo al futuro. Quando l’ho letto mi sono detta: ecco, io funziono così. Ho questo strano senso del tempo. Il tempo passato so che è passato, ma in realtà c’è un passato che è sempre presente, ed un passato così lontano da sembrare accaduto a qualcun’altra, me lo sono perso per strada. E non in funzione della distanza temporale, ma della distanza “emotiva”, diciamo. In sostanza, si potrebbe dire che il tempo per me è spazio, uno spazio in cui mi trovo, e ci sono cose che sono lontanissime da me, cose vicinissime, e questo non dipende da quando sono accadute. Il mio tempo me lo immagino come quelle rappresentazioni del tempo nella relatività, si incurva in certi punti, è più denso. In altri è così rarefatto da non sembrare quasi più reale e accaduto. Gli eventi non sono lontani nel tempo o nello spazio, sono vicini o lontani secondo come la mia mente li processa. Potrebbe essere successo vent’anni fa, ma se non l’ho processato e superato è come se fosse successo ieri, potrebbe farmi male come ieri. Seriously. 

Il tempo poi è anche circolare, per molti autistici, è un continuo ciclo di stagioni e punti fermi che si ripetono e ritornano. Ma ricomincia sempre, non va avanti come una freccia, le cose ritornano, ed è forse un altro aspetto di quella sameness, quella costanza o ricerca di costanza, che è così caratteristica dell’autismo da essere uno dei criteri diagnostici. Una struttura circolare, senza cambiamento o con minimo cambiamento, è più familiare e rassicurante. Più facile da usare, per noi.

Insomma, il tempo in cui ognuno di noi è immerso non è lo stesso, può essere cognitivamente molto diverso da persona a persona.
E infine se volete sentire da un Aspie, lui sì veramente un alieno, qualcosa sul senso del tempo neurodiverso, guardatevi questa lezione del Doctor Who, il Dodicesimo Dottore: 

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