Live to fight another day

Non so se avete presente quelle scene nei film in cui improvvisamente le cose iniziano ad andare al rallentatore. Fino a quel momento tutto è stato frenetico, magari, e poi il regista decide di mettere in evidenza un certo momento facendovelo vedere, appunto, come un tempo dilatato, dove le cose sembrano quasi sospese, o comunque vanno lentissime.

Ecco, la stanchezza arriva proprio così, per me: al rallentatore. Sono in grado di fare sforzi anche piuttosto prolungati (per i miei standard), in pratica sto su a energia nervosa, e se dopo la mia morte volessi donare il mio corpo alla scienza probabilmente troverebbero le mie surrenali ridotte a prugne secche, a furia di spremersi per tenermi in piedi. A un certo punto però le cose da fare finiscono, almeno temporaneamente, l’emergenza rientra, e pure le surrenali mi dicono vabbe’ sorella, noi abbiamo dato, mo’ so’ cazzi tua, ed io comincio ad afflosciarmi. Ma non di botto, appunto, al rallentatore. E’ come se ti passasse sopra un TIR, ma con calma eh, non di corsa, hai tutto il tempo di guardarti mentre vai inesorabilmente a faccia in avanti. Come essere Rocky che prende sganassoni ma al rallenty, e stavolta FA MALE!

Sono reduce da una settimana campale, almeno per me. E quella prima non era stata molto diversa. Figli, casa, viaggi, corsi, altri corsi, altri viaggi, non vi sto ad annoiare con il racconto dettagliato. La cosa interessante però è appunto come arriva la stanchezza, dopo. Non so se sia un tratto autistico, questo, ma tendo a pensare di sì, e che abbia a che fare con la difficoltà di percezione degli stati fisici, ed emotivi, con la lentezza con cui arrivano le percezioni e le elaborazioni di pensieri e reazioni di tipo fisico ed emotivo per molte persone autistiche. Come ho raccontato altre volte, il problema spesso non è “fare le cose” per un autistico, soprattutto se motivato da un interesse un autistico può fare molte cose a livelli di energia, coinvolgimento ed efficienza molto alti, il problema è pagarne il prezzo dopo. Quando arrivano tutto il sovraccarico e la fatica ignorata.

Il primo giorno di “riposo” in sostanza non riposo un cavolo, sono ancora su come una falena dopata per l’onda lunga di quello che ho fatto nei giorni precedenti. La testa non si ferma manco un secondo, continuo a pensare a tantissime cose da fare, progetti per il futuro, cose rimaste indietro. E’ un po’ come essere un quattrocentista che arriva al traguardo, ma non è che si ferma subito, ha bisogno di spazio per rallentare e frenare.

Il secondo giorno inizia ad arrivare la stanchezza fisica, il dolore (che c’era anche prima ma non lo sentivo), il senso di confusione, ma ancora non siamo al peggio.

Il terzo giorno, invece di risorgere, vado ancora più sotto e arriva la stanchezza emotiva. Ora, questa è una cosa un po’ strana, e ci ho messo un po’ per capirla. In sostanza, la mia mente diventa meno resistente a qualunque “attacco” esterno o anche interno. E’ come se l’armatura protettiva che ho diventasse più porosa, molto meno capace di proteggermi da stimoli e pensieri intrusivi. E quindi appunto, arriva la labilità emotiva, arrivano i pensieri intrusivi, arriva il senso di tristezza, di ansia. Non c’è un motivo particolare, a parte la stanchezza. Ormai lo so e quindi lo sopporto un po’ meglio, ma forse è il momento meno facile, il momento in cui penso machiccazz me l’ha fatto (ri)fare di ridurmi di nuovo così…

Il quarto giorno, cioè oggi, arriva l’uno-due, l’uppercut finale. Non sto in piedi, crampi all’addome, mi fa male un po’ tutto, letteralmente, fatico a pensare, potrei piangere per come mi sento triste. Eppure qualcosa nella mia testa continua a cercare di girare testardamente come un criceto imbecille sulla ruota, e devo fare uno sforzo per proteggermi da me stessa, ascoltare quello che il corpo e la mente cercano di dirmi, e impormi di mettermi a letto, sospendere qualunque attività, qualunque lettura impegnativa, cancellare impegni non fondamentali, delegare a mio marito la gestione in toto dei ragazzi cani casa, tutto il cucuzzaro. Perché non posso fare altro, perché solo un idiota cercherebbe di continuare a fare altro. L’unica è mettere a tacere i sensi di colpa il più possibile (pare facile), riposare, la mente come il corpo, and live to fight another day.

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