Just a quick reminder

Just a very quick reminder, folks.

Siccome con il mio post precedente qualcuno ha sentito la necessità di ritirare fuori la solita solfa che esiste il “vero” autismo docg e poi esiste il resto, che non è vero autismo si vede (cavolo, devo subito telefonare al nostro npi per dirgli che ha sbagliato la diagnosi a tutti qui!!), allora facciamo un piccolo riassunto della situazione:

Essere autistico è esattamente come essere incinta. Non esiste quella totalmente incinta e quella quasi incinta, quella incinta al 50% e quella incinta al 75%. Quando sei incinta, sei *tutta* incinta, fatevelo di’ da una che c’è passata. Non c’è manco una cellula di te che non sia incinta. Sob.

Poi ti può toccare la gravidanza con le nausee il primo trimestre e taaaaanta stanchezza, oppure ti può toccare il pacchetto Nightmare, con tutte le possibili complicanze di questo mondo. Ma sempre autist… cioè, incinta sei.

E comunque, gente, non è una gara, non si vince proprio niente. Anzi, si perde tutti, a fare queste classifiche e distinguo del menga. Solo più uniti possibile possiamo pensare di vincere qualcosa, tipo un’assistenza degna di questo nome e tarata sui bisogni di ciascuno.


E’ così bello, non sembra autistico

Oppure: è così tranquillo, non sembra autistico.
Oppure tout court: non sembra autistico.

Perché, come sembrano gli autistici? Mi sono persa qualche pagina del DSM in cui si specifica che la bruttezza è criterio diagnostico? O che lo è l’agitazione? O comunque in cui si dice che l’autismo ha una facies caratteristica, qualche segno patognomonico, qualcosa di visibile e fisico, che so, si illumina al buio?

Per fortuna, quanto sopra a volte viene proferito giusto prima di un prelievo di sangue, o di una passeggiata in ambiente rumoroso, o di una richiesta scolastica particolarmente ostica, o di un qualsiasi evento stressante in grado di far salire l’autismo a un autistico.

E così, un’ora e tre infermiere accorse dopo, o un’ora e dieci tentativi di buttarsi nei fossi dopo, o un’ora e qualche tentativo di menatte dopo, o un meltdown di quelli boni con stereotipie a palla dopo, potrete sorridere soavi come Gene Wilder e chiedere “Allora, adesso ti sembra autistico mio figlio?”

Buongiorno un cazzo

In foto, l’Aspiebaby con la sua tazza preferita.

Alzarsi la mattina è dura per tutti. Per qualcuno, pure di più. E quel qualcuno spesso è autistico.

Come vi ho ripetuto ormai fino allo sfinimento, una persona neurodiversa è un po’ tutta neurodiversa. Cioè le diversità non si limitano a quella coppia di “aree” indicate dal DSM 5, l’area socio-comunicativa e l’area delle condotte ripetitive e interessi ristretti. Siccome è tutto il sistema nervoso ad essere autistico, e in fondo tutto l’organismo, ci sono delle differenze anche nel funzionamento neurovegetativo.

Quando si parla di sonno-veglia, dobbiamo tenere presente che il passaggio dall’uno all’altra è contrassegnato da una specie di cambio della guardia tra i due sistemi che assieme formano il sistema nervoso autonomo: quello ortosimpatico e quello parasimpatico. Il parasimpatico, che ci ha fatto rilassare (si spera) e mantenere dormienti durante la notte, passa le consegne all’ortosimpatico, che è quello che si occupa di tenere sveglia e attiva la baracca durante il giorno. Questi due gemelli diversi in realtà convivono nel nostro organismo esercitando la loro influenza in gradi diversi sui diversi sistemi, in determinati momenti predomina uno, in altri l’altro, armoniosamente. Il passaggio dal dominio dell’uno al dominio dell’altro è qualcosa che dovrebbe, nel migliore dei mondi possibili, avvenire in modo abbastanza rapido e scorrevole, senza grossi malesseri o scossoni. Nelle persone autistiche invece possono essere due gemelli piuttosto disorganizzati e umorali.

Quindi per molti autistici svegliarsi non è così scorrevole, anche perché è un cambiamento di stato, in fondo, e a noi i cambiamenti in generale non piacciono o ci richiedono un po’ più di sforzo. I due sistemi gemelli poi possono decidere di non alternarsi ordinatamente con un ritmo di 24 ore, appunto, ma di contendersi le ore come due fratelli la Playstation. Quindi non fila tutto liscio, esattamente come la tazza dell’Aspiebaby spiega in modo egregio. Il passaggio dal sonno alla veglia può richiedere un tempo molto più lungo del normale, essere caratterizzato da senso di malessere proprio fisico marcato, e da qui un senso di nervosismo. La sensorialità può essere ancora più accentuata, con fastidio enorme per luci, odori e suoni, anche minimi. Insomma se qualcuno pensa di far bene entrando in camera vostra e alzando rumorosamente le persiane con uno squillante buongiorno principessa!… quel qualcuno è un qualcuno morto.
Tanto per spiegare cosa significhi in termini concreti “difficoltà a passare dallo stato di sonno e rilassamento a quello di veglia”, c’è chi la mattina si alza con la nausea pure se non è incint*. Per il solo fatto di essersi alzato. A me è capitato per un lungo periodo della mia vita: mi alzavo la mattina e dovevo correre in bagno in preda ai conati, con grande allarme del resto della famiglia. Ovviamente non avevo niente nello stomaco da vomitare, non ero malata, però ogni mattina la stessa storia. Tendo a pensare che fosse in particolare il nervo vago (parasimpatico), che non voleva mollare il joystick all’ortosimpatico, e quindi vai di vomito appena mi mettevo in stazione eretta e iniziavo a percepire il mondo…

Svegliare l’Asperboy è stato uno sport estremo per anni. Ci mettevo circa un’ora e mezza per riuscire a trasformare un piccolo grizzly in un ragazzino capace di intendere e di volere, e (forse) andare a scuola. Non è mica un caso se quasi tutti gli adattamenti di orario scolastico per i miei figli consistono nel farli entrare una o due ore dopo. Ancora oggi è veramente difficile per lui alzarsi la mattina, anche con tutti gli espedienti possibili (tempo, luce graduale, silenzio, qualcosa da mangiare per tirar su la glicemia etc.). Ovviamente ogni giorno la stessa routine, cerimoniosa che manco il risveglio del Re Sole. Siccome però siamo in diversi così in famiglia, la cosa non mi ha mai stupito più di tanto. E’ una forma di antipatica normalità, per me.
Per quanto riguarda me, diciamo che ce la faccio meglio, ma preferisco alzarmi una o due ore prima di tutti gli altri, se posso, così ho tempo di fare colazione nel silenzio e da sola, oppure ascoltando la “mia musica”, con la mia routine personale. Se qualcuno mi parla intorno quando ancora sono nella fase di passaggio, o peggio mi tocca, diciamo che posso diventare antipatica. Lo sbattere di un piatto o lo strusciare di una sedia spostata, che normalmente mi infastidiscono, la mattina mi fanno proprio male. E anche se mi rendo conto del problema, e mi dispiace anche, non è che ci possa fare molto per non essere così. L’unica cosa che ci posso fare è appunto, alzarmi prima di tutti e starmene da sola a fare colazione e abituarmi gradualmente alla realtà, finché non sono in grado di partecipare di nuovo al consesso umano. E buongiorno, si spera.

Questo genere che non è un genere…

…e nemmeno due.
Ma andiamo con ordine. Abbiamo già visto che una percentuale significativa di persone nello spettro è anche transgender, o gender fluid, o agender o un’altra delle possibili identità di genere. Di converso, sappiamo che una consistente fetta di persone transgender risponde anche ai criteri per una diagnosi di autismo.

Ora, il fatto è che quando avete una persona neurodivergente, diverge in più di un senso. Quindi, una persona neurodiversa tenderà ad avere una versione, una interpretazione, insomma… ad avere la stessa cosa del tipico medio in modo diverso. Tanto nella patologia quanto nella salute.
Ad esempio, il disturbo ossessivo compulsivo è presente sia nelle persone neurotipiche che in quelle neurodiverse… ma poi assume tendenzialmente caratteristiche diverse, come manifestazione, in autistici e neurotipici.

Quando parliamo di identità di genere, possiamo notare che l’identità di genere delle persone neurodiverse tende a non essere binaria. Cioè a non essere definibile in termine di maschio o femmina. Lo so che me menate se vi dico che pure questo è uno spettro, ma… sì, l’identità di genere è uno spettro.

Se qualcuno dice la parola “trans”, ammettiamolo, al 90% di noi appare in testa lo stereotipo della ragazza transgender che fa di tutto per avere aspetto ed atteggiamento iper-femminili. Ma in realtà il mondo del transgender è molto più complesso e variegato di così. Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

Nella mia esperienza personale, tra le persone autistiche sono soprattutto le ragazzine e le donne (intese come persone tirate su come femmine almeno fino a un certo punto) che tendono ad avere una identità di genere di tipo gender fluid e non binaria, o transgender ma non binaria. Sono ragazzin* che non si riconoscono in quello che la società presenta loro come “femmina” o “donna”. Ma in fondo nemmeno in quello che viene presentato come “maschio” o “uomo”.

Per iniziare a capire questo, dovremmo prima renderci conto della mole di condizionamenti e input che la società tutta rovescia addosso a chi nasce femmina per farne una ragazza e poi una donna aderente il più possibile al modello, all’idea di cosa una donna può o deve essere/fare.
Ora, cosa accade se la femmina in questione è autistica? Accade che le persone autistiche hanno fin dall’esordio sulla scena del mondo una sorta di carenza di recettori per il condizionamento sociale. Avete presente il concetto di recettori ACE2 sulle cellule, che fungono da “aggancio” per la proteina spike del coronavirus, che da lì riesce ad entrare nella cellula? Ormai siamo tutti virologi di prim’ordine in Italia, quindi posso usare quest’immagine. Ecco, gli autistici tendono a non avere molti recettori per il virus del condizionamento e dei messaggi sociali in genere. Quindi ne sono geneticamente quasi immuni. Spesso non è che se ne fregano dei condizionamenti sociali, è che manco si accorgono che esistono, gli scivolano addosso.
Quindi a un certo punto accade quello che è accaduto per esempio all’Aspiebaby: mess* di fronte, attraverso la frequentazione di scuole e luoghi dove si ritrovava con i coetanei, ai due modelli “maschietto” e “femminuccia” ci ha pensato un po’ sù e poi ha detto: io, non sono nessuno dei due.
(ovvio, non è l’unico meccanismo in gioco, c’è anche il fattore genetico ad esempio)

C’è poi anche il fatto che le persone autistiche hanno una sensorialità particolare, anche molto spiccata, e all’arrivo della pubertà possono non apprezzare i cambiamenti che il loro corpo gli impone.
Io ho allevato i miei figli cercando di insegnare loro che tutto ha un pro e un contro, e bisogna guardare le cose in modo positivo se possibile. Però quando l’Aspiebaby è venut* da me e mi ha chiesto: mamma, qual è il lato positivo delle mestruazioni?… mi sono ritrovata per la prima volta in vita mia a non sapere che dirgli. Insomma, ci sono anche lati dell’essere femmina che te lo fanno vivere proprio male, questo essere femmina, a livello sensoriale e fisico, che se permettete è un lato molto importante. E per le persone autistiche lo è ancora di più, anzi direi che condiziona tutto il loro modo di essere nel mondo.

A questo punto per fortuna viviamo nel 2021 (almeno per la maggior parte della gente) e quindi è possibile rivolgersi a strutture che si occupano proprio dell’identità di genere e iniziare un percorso di chiarimento e se necessario poi di transizione.
Il primo ostacolo da affrontare è quello di chi ancora ritiene che l’identità di genere non conforme sia una specie di “complicazione” dell’autismo, quindi che non sia reale ma una sorta di fissazione autistica, un singolare interesse assorbente. Con conseguente svalutazione dell’identità della persona, e rifiuto di offrire l’assistenza a cui si ha diritto. C’è un briciolo di vero, in questa obiezione, ma lo vedremo più avanti.

Superato il primo scoglio, trovando un centro aggiornato in materia, ci vuole un po’ di discernimento, perché abbiamo detto che le persone autistiche di solito non ricadono nella suddivisione standard uomo/donna, ma hanno più tendenza a un’identità di genere non binaria, magari anche non precisamente definita, fluida insomma. Quindi l’offerta di assistenza che serve loro non è quella che vede le cose solo in termini di uomo/donna. Il rischio concreto qual è? Il rischio è di offrire solo percorsi di mascolinizzazione e femminilizzazione completi, o così o cosà, diciamo, a persone che in realtà non si identificano né come ragazze né come ragazzi, anzi non concepiscono proprio questo tipo di categorizzazione binaria. Per fortuna, sempre più centri si stanno attrezzando e aggiornando per poter offrire percorsi adeguati, ad esempio con le terapie ormonali in microdosing, che permettano alla persona di modulare meglio il grado di cambiamento del proprio corpo, più vicino a come si identifica davvero interiormente.

L’altro rischio, a cui accennavo prima quando parlavo di briciolo di vero, è che stiamo parlando di persone autistiche. Che quindi possono avere la caratteristica rigidità autistica, quel focalizzarsi su qualcosa e non vedere nient’altro, e volerlo realizzare anche qui e ora.
Sono persone con un’identità non conforme, su questo per me non ci piove, ma è possibile che decidano che il loro scopo, la soluzione di tutti i problemi, sia una transizione di genere. Mettendocisi su con tenacia e impuntatura tutta autistica. E come dicevamo prima, per una buona parte di loro in realtà ci vuole una transizione più graduale, ancora più monitorata e consapevole, per capire quando si è arrivati al “loro” punto sullo spettro dell’identità di genere, prima di fare cambiamenti che poi non son reversibili.
Altro punto importante: sono una sostenitrice sfegatata del fatto che permettere a un* ragazzin* di iniziare a transizionare socialmente, almeno come nomi e pronomi, sia cosa buona e giusta, che aiuta il loro benessere psicologico e contribuisce a prevenire molti problemi di depressione, autolesionismo o peggio… ma so che comunque la transizione, sociale o fisica che sia, non risolve affatto tutti i loro problemi. E mi riferisco soprattutto ai problemi di socializzazione che fanno parte del pacchetto autismo anche in versione basic, non del pacchetto transgender. Su quei problemi lì ci lavori a parte, e questo i ragazzin* lo devono avere ben chiaro, prima di iniziare un percorso.

Infine, last but not least, c’è il problema che nella nostra società, e forse in qualunque società, si amano le cose chiare e definite, tipo tutti quelli che si sentono donne a destra e tutti quelli che si sentono uomini a manca. E invece c’è sempre qualcuno che rimane lì nel mezzo, e con quelli la società ha più difficoltà a capire. Paradossalmente, trovi più gente disposta a capire almeno a livello razionale una ragazza transgender, che una persona gender fluid. Si fanno una ragione del fatto che una persona voglia “passare da un genere all’altro”, perché comunque questo non intacca lo schema binario uomo/donna, molto meno che una persona non pensi di appartenere a nessun genere, o che si senta in un punto intermedio e non precisamente definito dello spettro dell’identità di genere. Almeno in inglese poi hanno dei pronomi, they/them, che evidenziano meglio la possibilità di non riconoscersi né come she né come he, in italiano c’è molto meno spazio di manovra al momento. E’ tanto un portato della mentalità che qualcosa che contribuisce a mantenerla, credo.

Questa difficoltà ad essere compresi e rispettati nel proprio essere è evidente quando ad esempio l’Asperboy si veste. Lui ha dei gusti precisi e molto artistici, diciamo. E non è uno di quei ragazzi transgender che cercano appunto di sembrare più mascolini possibile, stile Brando in Fronte del porto. Se potesse, si vestirebbe in maniera anche più “ampia” di quel che fa, spazierebbe di più. Gli piace il rosa, gli piacciono gli stampati, i pastello… Ma si limita, perché poi sa che le persone vedendolo non lo considererebbero più una persona transgender ma lo scambierebbero per una ragazza. Ora si è fatto i buchi alle orecchie, e poi mi ha detto “erano anni che volevo farmeli, ma poi sapevo che mi avrebbero preso per una ragazza. Ora sono contento di essermeli fatti, finalmente”. E io sono contenta per lui, anche se so che la vista di quelle due minuscole palline nere ai suoi lobi scatenerà mal riposte speranze nei suoi nonni, e spero solo che lui la prenda con filosofia…

(please note: questo non è un articolo che pretende di esaurire l’argomento, o di mettere paletti precisi. Questo è quel che ho capito io finora sulla base di quello che ho sperimentato, visto, ascoltato, e cosa ne penso qui nel mio angolo con vista sul mondo)

Dovunque vai, ci sei

Mio marito, sant’uomo, ogni tanto guarda l’Asperboy e sospira: “Però a me piacerebbe vederlo uscire con ragazzi come lui…”. E io gli rispondo paziente: “Teso’, *lui* è un ragazzino autistico, APC e transgender. Me spieghi dove li trova qui al paesello “quelli come lui”???”.

Ecco, il problema grosso di questa (e forse di tutte le età) è sempre lo stesso: trovare le anime affini, gli amici, gli affetti anche al di fuori della famiglia.
Perché non è necessariamente vero che un autistico come noi per sua caratteristica non vuole affetti e non cerca rapporti umani. Li cerchiamo eccome, di solito, ma diciamo che eccelliamo in altri campi, magari, e questo è più difficile. E più che sei diverso, e più che è difficile.

E qui per fortuna ci è venuto in soccorso internet. Internet, secondo una vecchia battuta che poi è anche un po’ vera, lo abbiamo creato noi, gli autistici, per poterci trovare anche dall’altra parte del mondo senza uscire dalla nostra sicura stanzetta, per reperire quel che ci interessa. E anche per poterci incontrare, quindi.

Il vasto mondo di Internet viene visto da molti professionisti del settore e molti genitori come il male, la troca etc. E magari lo è pure, per qualcuno. Per noi ha significato soprattutto poter ampliare gli orizzonti. Su Internet puoi reperire in pochi millisecondi informazioni su qualunque cosa ti interessi, tipo il campionario di colori delle mantidi religiose, o le ultime discussioni sui dinosauri e le piume, o dissertazioni approfondite su tutti i possibili starter per lievito madre e come alimentarlo… e puoi incontrare altre persone che hanno gli stessi interessi, su forum, boards, gruppi, pagine. Nerds like you. E’ importantissimo questo, perché la socializzazione autistica si basa al 90% sulla condivisione di interessi comuni. E improvvisamente invece delle poche migliaia di persone che vivono nella tua cittadina, hai virtualmente accesso a milioni e milioni di persone, quotidianamente. E lì è più facile trovare quelle con interessi e mentalità affine. Quindi per noi l’Internet è sempre stata una cosa positiva, e se volete vederci precipitare in un baratro di disperazione dovete solo staccarci la linea come ha fatto, accidentalmente dicono, la Wind qualche giorno fa. Per cinque giorni. Diciamo che il quinto giorno qui pareva di essere in una scena di Mad Max o del Pianeta delle Scimmie, e manco Babbo Natale è stato atteso dai miei figli quanto il tecnico di Infostrada…

La cosa sensazionale è che l’Asperboy ora ha dei buoni amici, sparsi per il mondo e ritrovatisi tutti in una chat dedicata ad una famosa serie di fumetti, di cui tutti sono appassionati. Giocano assieme sulla PS4 collegandosi a orari improbabili per mettere insieme i fusi orari di tutti, e ogni tanto qualcuno di loro per fortuna intima a mio figlio di andare a dormire perché in Italia è notte fonda. Chattano per ore, mentre giocano, io li sento dall’altra parte del muro e sorrido. Si scambiano aiuto e incoraggiamento per studiare. Pianificano di incontrarsi, magari, un giorno. Ogni tanto, l’Asperboy viene da me e mi dice: “Mamma, la mia amica Tizia vorrebbe sapere da te etc etc”. Sono diventata la classica madre-del-tuo-amico-a-cui-chiedi-consiglio, ma dall’altra parte del mondo. So un sacco di cose su di loro, più di quanto sappia dei compagni di classe di mio figlio.
E pian piano, stiamo anche capendo che sono tutti neurodiversi. Chi è chiaramente aspie, chi adhd, chi entrambe, e magari pure una spruzzatina di emergente lgbtq. Non se ne salva uno eh XD Chi s’assomiglia si piglia, è proprio vero.
Insomma, gente, grazie all’Internette l’Asperboy finalmente “esce con quelli come lui” ❤

Il lunapark dell’autismo, part 1

fair

Warning: spiegone ahead!

Nei villaggi turistici e nei parchi divertimento c’è sempre all’ingresso un bel cartellone grande e colorato, con disegnata su una riproduzione del villaggio o del parco, tutte le attrazioni ben segnalate e illustrate, i percorsi, magari pure una simpatica mascotte che fa ciao ciao, e un bel bollo rosso con su scritto “VOI SIETE QUI”. Così sapete dove siete, dove potete andare, e potete scegliere la destinazione che preferite tra le varie proposte, e dirigervici senza perdervi. Potete orientarvi.

Ecco, perché non c’è la stessa cosa ad attenderci quando entriamo nel meraviglioso mondo dell’autismo? Perché c’è questo luna park vasto e complesso dei possibili interventi, ognuno pieno di lucine scintillanti e promesse, in cui le famiglie di autistici si avventurano e si muovono ogni giorno, per anni e anni, ma nessuno sembra particolarmente interessato a fornire loro una mappa di questo territorio, una bussola…? Così, tanto per orientarsi e non finire in un vicolo cieco. O vagare a caso perdendo tempo prezioso.
Il ventaglio di possibilità che si aprono di fronte è vasto, ognuna promette di aiutare, alcune addirittura promettono guarigioni impossibili, tutte un miglioramento. Ma come facciamo a sapere se quella proposta è adatta a noi? La verità è che dobbiamo spesso sperare nella proverbiale botta di culo, affidarci all’istinto, alla capacità di sentire se possiamo fidarci di chi abbiamo davanti, e poi all’occhio clinico del genitore, che guarda e valuta se veramente il creaturo sta meglio, fa progressi comprensibili, oppure no. E in questo se ne vanno tempo e denaro.

Quindi qui ad Aspie Airlines abbiamo pensato di provare a disegnare una mappa a grandi linee del meraviglioso mondo degli interventi per l’autismo, in base alla nostra esperienza e conoscenze, con tanto di bussola per orientarsi almeno un po’. Perché non è tanto il fare un elenco, il difficile, è trovare dei criteri per farne un quadro comprensibile da chi deve fare delle scelte.

Quindi, che si fa? La mia idea è di fare una rapidissima carrellata storica di come si è evoluto il trattamento dell’autismo da quando, nel 1943, questo termine è stato coniato, e poi successivamente delineare una mappa degli interventi citati lungo un continuum che permetta di orientarsi almeno un po’ su quelli più adatti al proprio caso, con due o tre criteri base da tenere presenti. La materia è enorme, lo so, e ci sarà da sintetizzare parecchio. Io speriamo che me la cavo.

UNA CARRELLATA STORICA
Se facciamo una carrellata storica degli interventi utilizzati per l’autismo, il primo che troviamo negli anni ’40 è la psicanalisi, per il semplice fatto che era la scuola dominante in quel periodo storico. E della psicanalisi non dirò mai abbastanza peste e corna, rispetto all’autismo, per i danni incalcolabili che ha fatto e continua a fare. E’ sufficiente ricordare che secondo la psicanalisi, l’autismo sarebbe causato dal trauma di avere una madre anaffettiva, la cosiddetta madre frigorifero, vedi Bettelheim e soci, e quindi si cercava di “agire sulla relazione affettiva” e di curare sto fantomatico trauma, anche con la parentectomia, cioè la separazione dai genitori e il ricovero in strutture, con devastazione di tutti e somma perdita di tempo e soldi. Se avete un figlio autistico, state lontani da psicanalisti e psicodinamici come dalla peste (esiste, a onore del vero, un solo approccio di tipo psicodinamico che viene utilizzato con dei risultati nel trattamento dell’autismo, si chiama Floortime, ed è stato messo a punto da un certo dr. Greenspan. La differenza con gli altri? Greenspan era uno psicodinamico, è vero, ma evoluto, e a differenza dei suoi colleghi riconosceva che l’autismo è una condizione su base biologica, la storia delle madri frigorifero una cazzata, e utilizzava il rapporto affettivo-emozionale non come una clava per colpevolizzare genitori, ma come strumento per aiutare i bambini autistici a sviluppare delle abilità di socializzazione).

A seguire, negli anni 60, è comparso l’ABA (Applied Behavioural Analysis), la punta di diamante del comportamentismo americano, nato da una costola del positivismo anche per contrastare gli eccessi pindarici della psicanalisi. L’impatto dell’ABA sul mondo dell’autismo oggi è difficile da comprendere, ma è stato veramente come Mosè che arriva e divide il Mar Rosso. Prima dello studio di Lovaas del 1987 i bambini autistici erano ritenuti non educabili. Persi al mondo e alle famiglie, completamente. Ai genitori veniva prospettata l’istituzionalizzazione come unica soluzione (avete presente Rainman?). ABA dimostrò che ai bambini autistici invece si potevano insegnare cose, e che il loro funzionamento cognitivo poteva migliorare, il loro linguaggio evolversi, e alcuno potevano anche andare in scuole normali con i coetanei. ABA fece grandi cose. ABA non era affatto perfetta, però, cosa lo è? e soffriva di una certa rigidità e artificiosità per non dir peggio, e quindi accanto all’ABA si svilupparono altre metodiche comportamentali che a partire dall’ABA classico cercavano di migliorare il metodo e renderlo più efficace, più naturalistico, più human friendly diciamo. Quanto poi ci siano riusciti, è oggetto di polemiche che non ho intenzione di riprendere qui e ora.

Quasi contemporaneamente si sviluppavano, a partire da premesse diverse, i cosiddetti approcci evoluzionistici, più europei. Questi approcci prendevano le mosse non dallo studio del comportamento in quanto tale, come l’ABA, ma dall’osservazione dello sviluppo del bambino, delle sue tappe evolutive durante la crescita. Piaget, Vygotskij, quella gente lì (bella gente secondo me).

E cosa succede? Che siccome non viviamo in un mondo a compartimenti stagni, anzi il bello della vita sono le contaminazioni, gli scambi di sapere, ad un certo punto per migliorare l’efficacia iniziarono a nascere anche protocolli di intervento che cercavano di mettere insieme il meglio dell’uno e dell’altro approccio, i cosiddetti ICEN (interventi comportamentali evolutivi naturalistici).

Ed ecco che si delinea il primo asse cardinale su cui si possono disporre i vari protocolli, per tentare di capicce qualcosa, da quelli con massimo contenuto di comportamentismo a quelli con massimo contenuto di approccio evolutivo. E in mezzo tutto il resto. To’, è uno spettro pure questo!

Allacciate le  cinture perché sarà lunga e turbolenta.

EVIDENCE BASED O NO?
Come prima cosa, c’è da distinguere, nel vasto mare, tra interventi che sono evidence based, basati sull’evidenza (delle prove), e interventi che… no.
In altre parole, nel nostro lunapark dovrebbero starci solo attrazioni che hanno dimostrato scientificamente, dati alla mano, con studi controllati randomizzati e pure  in doppio cieco, che sono davvero efficaci. E guardate che non è una distinzione da poco, e non è così facile da accertare: chi vi vende un trattamento non ha interesse a dirvi che però funziona poco, anzi. Per fortuna, c’è chi ha provveduto per noi: in vari paesi sono state compilate da appositi gruppi multidisciplinari delle linee guida, che hanno preso in esame il mare magno degli interventi disponibili, delle pezze d’appoggio (leggi: studi scientifici) che potevano portare a sostegno della loro efficacia, ed ha verificato che questi studi fossero anche studi seri, condotti con criteri rigorosi. Perché oggi chiunque o quasi può dire “abbiamo uno studio scientifico che prova che il nostro metodo produce grandi risultati!”, ma se poi quello studio è stato fatto con metodi discutibili di selezione dei partecipanti, su un numero basso di persone, i metodi per verificare questi risultati sono disinvolti e lo studio magari pubblicato su Complottismo Oggi su cui a pagamento pubblicherebbero pure la vostra lista della spesa, allora è possibile dimostrare di tutto, o millantare un’efficacia superiore a quella reale.

Quindi, primo criterio per orientarsi ed evitare di perdere tempo: distinguere interventi di provata efficacia da quelli giudicati magari “interessanti” o con un potenziale, da quelli che francamente nessuno è riuscito a dimostrare che servano, o addirittura sono proprio non raccomandabili (e non raccomandati, quindi).

  • I primi non sono così tanti, diciamo una ventina di protocolli e comunque di un’efficacia varia, su aree diverse, e nota bene: in nessun caso, nessuno, trionfalmente efficaci. Ad oggi, infatti, non sembrano esistere interventi di grande efficacia sui sintomi core dell’autismo. Tradotto: si vede che non è così facile farci smettere di essere autistici (yes, sarcasm). Però è possibile aiutarci a funzionare meglio, di sicuro, e la maggior parte dei protocolli “buoni” punta a quello
  • I secondi, quelli “interessanti”, hanno dato primi risultati incoraggianti ma ancora non definitivi, quindi diciamo che se ne può parlare ma con cautela, senza trionfalismi, sono ancora meno al momento
  • Gli ultimi be’, sono una fantasiosa pletora, e vanno da inefficaci e pure pericolosi (tipo la chelazione) a inefficaci ma più o meno innocui . Anzi, in realtà, innocui una ceppa: se vi fanno perdere tempo e soldi, tempo e soldi che potreste meglio investire per vostro figlio, è un danno anche quello e non da poco. Fate voi.

La cosa interessante è che linee guida di paesi diversi arrivano alla fin fine a conclusioni simili su quali sono i metodi che hanno dimostrato efficacia, e quali no. Questo è confortante, direi.

Poi, una volta che abbiamo individuato questo gruppo di interventi utili, come li classifichiamo? Non è che tutto vada bene per tutti. Una cosa che oggi è assolutamente chiara, e se potessi ci farei i tazebao nei reparti di neuropsichiatria infantile, è che non esiste un intervento che vada bene per tutti. L’obiettivo non è trovare un intervento che vada bene genericamente per l’autismo, perché questa sorta di asso pigliatutto *non esiste proprio*, ma costruire un intervento tagliato su misura per quella persona autistica, utilizzando l’approccio o gli approcci migliori nella combinazione e con l’intensità migliore per quella persona e le sue esigenze di quel momento (vedi più avanti alla diagnosi funzionale). Io ho due figli entrambi nello spettro, sono due persone diverse, e fanno interventi diversi. E questo viene costantemente rivalutato, perché sono due persone che stanno crescendo e quindi le loro esigenze si evolvono.

 

DIVERSE INTENSITA’
Dopo l’evidence-based, un altro asse cardinale utile ad orientarsi può essere rappresentato dall’intensità dell’intervento. Per intensità si intende in poche parole il numero di ore settimanali di intervento previste in quel protocollo. C’è chi ancora favoleggia delle famose 40 ore di terapia a settimana, ma in realtà non sono poi così necessarie. Le 40 ore sono quelle che Lovaas nel suo studio storico del 1987 utilizzò con i primi 19 bambini. Lovaas e l’ABA di allora ci andavano giù pesanti, ecco come si sono fatti amare da autistici di tutto il mondo (yes, sarcasm again). Inoltre, Lovaas lavorava in un sistema dove esistevano le scuole speciali, e quindi il bambino che stava 8 ore a scuola, per dire, veniva tenuto in un ambiente che funzionava tutto secondo determinate regole, cioè in chiave comportamentista. Quindi arrivare a 40 ore settimanali era facile, ma non erano 40 ore tutte a tavolino, ovvio. Da allora comunque, si è visto che non sono necessarie proprio 40 ore a settimana, un intervento efficace e intensivo è di 20, massimo 25 ore a settimana. E nemmeno tutte di lavoro 1:1 o fatto da uno specialista, ci sono approcci in cui l’intevento è mediato dai genitori, insegnanti, o in piccolo gruppo… Un intervento intensivo non è indicato e necessario per tutti, dipende dal livello cognitivo, di autonomie. Tutti sono d’accordo che l’intervento precoce sia fondamentale, ma un bambino con una diagnosi di autismo di livello 3 ed un bambino che ha magari solo un sospetto di autismo non avranno bisogno di interventi della stessa intensità, e nemmeno con gli stessi obiettivi probabilmente. E’ assolutamente bene anzi necessario fare qualcosa anche nel secondo caso, ma l’intensità sarà diversa.

UNA DIAGNOSI FUNZIONALE
Il terzo importante criterio è capire su cosa c’è bisogno di lavorare, perché necessità diverse trarranno giovamento da protocolli diversi, probabilmente. Quella specifica persona su cosa avrebbe bisogno di lavorare? Sulla socializzazione? Sul linguaggio? Ha problemi di umore in comorbilità? Come se la cava a scuola? etc. etc. Serve una diagnosi funzionale approfondita per capire quali sono gli obiettivi da selezionare, ed anche in base a quelli scegliere i metodi con cui lavorare. Una diagnosi funzionale ben fatta è il vostro bollo rosso che vi dice “VOI SIETE QUI”, e da lì capite in che direzione muovervi.

Stay tuned per le prossime puntate!

Famo a capisse

Ole Ivar Lovaas, lo psicologo, non lo scaffale Ikea, è stato un uomo apprezzato e vituperato tanto in vita che dopo.

Per molti è quello che “addestrava i bambini come si fa coi cani”, oppure “dava la scossa ai bambini autistici” e cose così. Per altri quello che ha “creato” un metodo salvifico per gli autistici e le loro famiglie. E io non intendo discutere di questo, sennò ce famo notte.

Un merito però va riconosciuto in ogni caso a Lovaas, e cioè che con i suoi studi ha dimostrato negli anni 80 quello che fino ad allora nessuno credeva davvero: che gli autistici sono educabili.

Prima di allora, se ti nasceva un figlio autistico, il medico ti diceva che gli dispiaceva tanto ma era meglio che tu lo mettessi in un istituto e te ne scordassi, tanto potevi avere altri figli (e per fortuna non tutte le famiglie accettavano questo tipo di uscita disumana). Quei bambini erano visti come cause perse in partenza.

Lovaas e colleghi dimostrarono che i bambini autistici, con una metodica di insegnamento chiamata ABA, potevano imparare abilità utili, linguaggio, potevano in certi casi anche frequentare le stesse scuole dei coetanei, invece che finire in un istituto o una scuola speciale.

Quindi, bene che si sia capito che per gli autistici, anche quelli più gravi, era ed è possibile fare qualcosa, insegnare le abilità necessarie per la vita, e spesso anche dar loro una buona istruzione.

Da lì però c’è stata una strana deriva, per cui gli interventi di educazione, di insegnamento per i bambini autistici hanno iniziato ad essere considerati terapia. Il perché è comprensibile: si pensava che l’autismo fosse una malattia, gli unici autistici riconosciuti tali all’epoca erano quelli con un funzionamento molto difficile, quindi era naturale che i genitori cercassero o sperassero in un metodo, una cura, quindi una terapia. Ancora oggi è così, lo vediamo ogni giorno sui gruppi di genitori.

Oggi però consideriamo l’autismo una neurodiversità, non una patologia. Che può accompagnarsi a patologie, o a problematiche come la disabilità cognitiva o i disturbi del linguaggio. Ma l’autismo in sé non è una patologia, è un modo di essere diversi, quindi non richiede una cura, una terapia. Richiede però come ai tempi di Lovaas, un’educazione. Come per tutti.

E cosa insegni, o cerchi di insegnare, a un autistico? Le stesse cose che insegni a un bambino tipico. E’ semplice come per un bambino tipico? No, di solito è più difficile, anche molto più difficile, a volte è impossibile. Si fa allo stesso modo? No, di solito no, bisogna utilizzare metodi specifici, diversi, d’altra parte sono bambini diversi. E questo significa persone preparate e formate in modo specifico per fare educazione a quei bambini.

Il fatto che si usino metodi diversi e sia più complicato lo rende una terapia? No, perché non lo stai curando, sempre autistico resta, ma diventa un autistico più funzionale. Anzi, una persona più funzionale. E’ come per tutti gli altri bambini: lo educhi a diventare un membro il più possibile funzionale della società. Perché è un bambino come tutti gli altri, appunto, non un alieno. Un bambino con molte più difficoltà degli altri, certo, ma resta un bambino. Diverso, non malato.

Quindi perché dobbiamo continuare a chiamarle terapie, quelle che spesso paghiamo a caro prezzo per i nostri figli? Perché così ce le fanno cascare dall’alto? Perché così a scuola possono dirci “a scuola non si fa terapia, si insegna” e così possono rifiutare di far entrare la BCBA o gli operatori ABA che seguono il bambino, per spiegare alle maestre come gestirlo e magari programmare insieme un intervento? Perché così ci tocca organizzarci i nostri campi estivi e i nostri corsi per i nostri figli, perché altrove non fanno “terapia”, non è compito loro, e quindi di educazione e gestione di un autistico non sentono il dovere di sapere nulla? Perché così facciamo pure fatica a far inserire il minimo sindacale di assistenza nei LEA, e spesso rimane una beffa perché non viene fatto?

Perché non può essere considerato una forma di educazione, che lo Stato deve riconoscere a tutti i bambini nella misura e nei modi che sono necessari a quei bambini? In Italia l’istruzione è un diritto e un dovere molto più esteso del diritto alle cure adeguate, mi pare. Nessuno discute che le scuole debbano esistere per tutti, a tempo pieno anche, mentre dalle Asl se va bene ci tocca qualche stitica ora di psicomotricità e logopedia bona per tutti, e andate in pace.

Non è solo cambiare un nome con un altro, è proprio cambiare il modo di concepire questa cosa, vederla sotto un’altra luce.

Alla fine trovo paradossalmente più sensato il sistema estero, delle scuole speciali che da noi hanno abolito in nome dell’inclusione, perché nelle scuole speciali i bambini ricevono educazione, istruzione, imparano cose come andare in bagno, scrivere, parlare, aspettare il loro turno, alzare la mano, mettere a posto, usare le posate etc etc etc. come tutti gli altri bambini. E continuano a chiamarla scuola.

L’ho fatto un po’ più corto, spero di averlo fatto anche un po’ più chiaro. Quindi si arriva in fondo bene, e se mi volete fare obiezioni potete farmele su quel che ho scritto davvero*, e quelle sono benvenute.

  • sì, lo so benissimo che ci sono anche quelli che mi hanno letta e contestata nel merito 😀

A futura memoria

Una cosa vorrei metterla bene in chiaro. Oggi le cose vanno bene, ma non è stato sempre così.

Posso dire che come praticamente ogni madre di figli autistici mi sono sentita dire, e mi hanno detto dietro le spalle, cose assai spiacevoli. Dentro e fuori della famiglia. A me, e ai miei figli.

Nella fattispecie che era colpa mia se i miei figli erano come erano, che io glie le davo tutte vinte e non li sapevo educare, che ero una pessima madre, che li rovinavo con la mia ansia (ansia io??), che facevano apposta a fare gli stronzi, che sarebbero finiti male etc etc.
Alzi la mano chi di voi non si è mai sentita dire cose del genere, colleghe madri. Nessuna, ve’?

Bene, ci siamo fatti il mazzo qui, come tutti, con sta gente che ci remava contro magari, e oggi i miei ragazzi non sono finiti male, sono benvoluti a scuola, hanno amici, imparano, sono affettuosi, sono persino capaci di perdonare chi li ha considerati dei piccoli stronzi maleducati fino a ieri.

Io, no.
Io sono qui ad avvisare chiunque in passato mi abbia dato della madre incapace e patologica, pure davanti ai miei ragazzi, che se oggi che il risultato del mio lavoro educativo è sotto gli occhi di tutti voi volete provare a salire sul carro dei vincitori a bearvene come se aveste contribuito, io sono lì sopra che vi aspetto simpatica come sempre, per risbattervi giù a calci nel sedere. Vi ho avvisato.

Avecceli, i disegnetti

Risposta collettiva a molte obiezioni che arrivano: se secondo voi dire “come tutti gli altri” significa “esattamente con le stesse metodiche e dalle stesse figure degli altri” allora detto con tutta la gentilezza possibile non avete veramente letto tutto il mio articolo. E lì io posso fare pochino. Invidio come sempre Zerocalcare, che lui i disegnetti per spiegare li può fare davvero e nessuno s’offende.

Un bambino come tutti gli altri

Oggi sono qui per illustrarvi un’idea semplice ed eretica al tempo stesso: che i miei figli, i nostri figli nello spettro, quelli che vi ripeto di continuo che sono autistici, quelli che là fuori chiamano “bambini speciali” (orticaria), alunni H (doppia orticaria) bambini disabili etc… sono bambini, come tutti gli altri. Come i vostri. E quindi potremmo tutti darci una regolata e smettere di parlare sempre di terapia per i bambini nello spettro, i bambini come gli altri non hanno bisogno di “terapie”, ma di educazione. Come tutti gli altri.

E vengo a dimostrarvi il perché.
Supponiamo che voi siate genitori di un frugoletto neurotipico. Io ho due frugoletti (o avevo, adesso so’ più alti di me) che invece sono nati autistici.

Bene, sono nati, che si fa? Voi gli cambiate i pannolini, gli date il latte, li svezzate, gli fate tonnellate di foto, etc.
Se la memoria non m’inganna, ho fatto la stessa cosa con i miei, prendevano latte come tutti i neonati, non kriptonite.
Proseguiamo: i frugoletti crescono, e voi parlate con loro, loro iniziano a lallare, muoversi, gattonare, distruggere casa, cercare di tirarsi su in piedi etc. E voi dietro a parlarci con le vocine sceme, a dirgli il nome delle cose, a mettere in salvo il capodimonte di nonna e fargli segno di no col dito, non si fa, a tenerli per la manina perché non si spatascino faccia in avanti etc.
Pure noi, genitori di autistici, abbiamo fatto e facciamo queste cose, tranne forse le vocine sceme, ma quella è un’idiosincrasia nostra, non fateci caso.

Voi mi direte: ma a questo punto si iniziano a vedere le differenze tra i bambini tipici e i bambini autistici. Per esempio, molti hanno ritardo del linguaggio, o non parlano proprio. Ok, parliamone. L’Aspiebaby è un caso classico, ha iniziato a parlare a 3 anni e 2 mesi. Prima, comunicava a gesti. Fino a 4 anni e 2 mesi, diceva venti parole, e la metà inventate. E a quel punto che si fa? Be’, si cerca di insegnargli a parlare. Come fate con un bambino tipico. Voi, ai vostri, gli insegnate a parlare no? Eh ma è più difficile con il tuo, direte voi. Sì, ma è pur sempre insegnare a parlare, non a fare un triplo salto mortale. Quello che a un bambino tipico insegnate quasi senza pensarci, e lui impara quasi d’istinto, qui richiede più metodo e applicazione. Ma è sempre la stessa cosa: educate un bambino insegnandogli a parlare, o comunque a comunicare. E proseguendo, lo educate insegnandogli che questo non si fa, e quest’altro invece sì. Come tutti gli altri. Non è malato, non dovete curarlo, semplicemente ha bisogno di più mediazione, o di una mediazione diversa, per imparare la stessa cosa. Ma la mediazione non è una terapia, è mediazione appunto.

Il concetto di mediazione per me è importante. Io ho una formazione decisamente eclettica, va dalla fisioterapia alla medicina, dal Feldenkrais al Feuerstein, passando per il disegno e i kdrama. Tutto fa.
Il concetto importante che ho incontrato un po’ ovunque è questo: l’apprendimento, di qualunque cosa, passa per la mediazione da parte di qualcuno. Che può essere l’insegnante a scuola, può essere la mamma che ti fa capire che se corri come un velociraptor prima o poi ti fai male, può essere il fratello che ti fa giocare con lui al suo videogioco, può essere papà che ti porta a vedere il mondo là fuori, può essere il libro o il tutorial, ma insomma noi conosciamo la realtà e acquisiamo capacità perché qualcuno o qualcosa ci aiuta, ci guida, fa da mediatore tra noi e una realtà esterna vastissima e piena di informazioni. Che da soli ci metteremmo molto di più come tempo e fatica per organizzare e acquisire, e forse non ci riusciremmo mai se abbiamo qualche problema di apprendimento. Qualcuno mette il mondo alla nostra portata, un po’ alla volta.

Quindi, un bambino, qualunque bambino, ha bisogno di mediazione da parte del suo ambiente, degli adulti attorno a lui, della comunità (educante, appunto) per conoscere, esperire il mondo, imparare, crescere. Vale proprio per tutti.
Per gli autistici ci vuole una mediazione diversa da quella dei neurotipici? Per certi versi sì, ma la mediazione è diversa anche in Corea del Sud e in Sud America, per esempio, perché sono culture diverse, quindi per molte cose mediano in maniera diversa. In un certo senso, noi autistici siamo una cultura diversa, non una categoria di pazienti che richiedono terapia.

Ecco, questa storia che come parli di autismo subito salta fuori che devi “fare terapia” mi ricorda tanto quando dovevo sposarmi e andavo in giro a informarmi per il ristorante, il parrucchiere etc. Una cosa singolare ed irritante è che come menzionavi la parola “matrimonio”, immediatamente la cosa cambiava e diventava complicatissima, come se fosse in una categoria diversa, e soprattutto i prezzi lievitavano come un pandoro. E io sconcertata mi dicevo: ma non è che mi serva chissà cosa, a un pranzo di nozze si mangia pur sempre cibo normale, non sorbetti di lacrime di coccodrillo, e una sposa ha dei capelli come tutti, quindi basta pettinarla, come fanno a chiedermi 500 euro per una pettinatura manco fossi un’idra a sette teste e le dovessero pettinare tutte e sette?? A un certo punto, stufa dell’andazzo, ho telefonato a un parrucchiere e prenotato una messa in piega dicendo semplicemente “devo andare a un matrimonio”. Quando hanno scoperto che ero la sposa ormai mi stavano montando un bello chignon che volevo io per un prezzo normale da umana, non da idra.

E con un bambino autistico è così: non è uno strano animale o un alieno, o un’idra a sette teste, quindi come tutti i bambini ha bisogno di mediazione adatta a lui per apprendere e per integrarsi in questo mondo, non di qualcosa di radicalmente diverso. Invece c’è questo misterioso fenomeno per cui quello che quando lo fai con un bambino neurotipico è educazione, quando lo fai con un bambino autistico si chiama terapia. WTF?
Il motivo per cui ci rivolgiamo a mediatori specializzati e un (bel) po’ più preparati tecnicamente non è tanto perché il bambino autistico può avere più difficoltà comunicative (sì, può anche avercele), è perché fondamentalmente la maggior parte dei mediatori disponibili sulla piazza (insegnanti, istruttori, tutor etc.) non sono preparati per mediare bambini autistici. Sono abituati nel loro lavoro a mediare bambini tipici, e non vedono oltre. Cioè buona parte del problema è che non lo sanno fare loro, non che il bambino autistico non ci arriva. Chiediamocelo, quanto del deficit di apprendimento di un bambino è davvero un deficit del bambino, un limite suo, e quanto invece è un deficit dell’educatore e dei suoi metodi? Un bambino autistico apprende con la mediazione adatta a lui, con i metodi educativi adatti a lui. Che non sono terapie, lo ripeto un’altra volta, sono educazione. Al limite, chiamiamoli interventi, interventi educativi. Di recente ho scritto e realizzato un progetto sulla terapia mediata dal LEGO, che è un approccio fantastico, secondo me, che sfrutta il potere coinvolgente del LEGO per lavorare sulla comunicazione sociale e le abilità di relazione, insomma su contenuti educativi, e ha un solo difetto: il nome. Pare che se una cosa è per l’autismo, anche se è educazione al 100%, allora si deve per forza chiamare terapia, sennò non si capisce bene. Cheppalle.

Quindi, a un bambino autistico non si fanno terapie? Certo, se sta male si fa eccome terapia. Se ha maldidenti, se ha maldipancia, se ha un’epilessia, se ha un disturbo d’ansia etc. Ma non si fa terapia per l’autismo. Non ci servono terapisti, a noi, ci servono mediatori, educatori formati.
Oltretutto la parola terapia si trascina dietro una serie di spiacevoli correlati, cioè l’idea che l’autismo sia una malattia, e le malattie vanno curate e quindi prima o poi qualcuno che tenta inutilmente e dolorosamente di guarirvi da voi stessi purtroppo lo incontrate. Gente che pensa che l’autismo vada sconfitto, e non si accorge che non esiste l’autismo separato dagli autistici, e non puoi “combattere l’autismo” senza fare più o meno male a qualche autistico…
Infine, c’è anche il fatto che ogni volta che diciamo che i nostri bambini sono speciali o che i loro bisogni sono speciali, diversi, diciamo che l’assistenza per questi bisogni quindi è speciale, e le cose speciali, si sa, mica sono da tutti i giorni, normali, scontate. Sono speciali, sono rare, difficili da organizzare. Ve le mollano col contagocce, facendole casca’ dall’altro, e se non hanno spazio o soldi per darvele trovano molto naturale che non sia fattibile, perché non è mica una cosa normale, è speciale.

Insomma: basta con i discorsi su bambini speciali, i nostri in sostanza sono bambini come tutti gli altri, hanno diritto come tutti gli altri a un’educazione a misura loro come è per tutti gli altri, in scuole capaci di mediare il sapere anche per loro, con gli interventi educativi necessari per loro, a carico della collettività. Educare i nostri figli deve diventare una cosa normale, non speciale. Come è per tutti i bambini.